2 novembre: ricorrenza dei morti o celebrazione dell’ipocrisia?


Quel che io sento in proposito:

 

Nei miei più lontani rimpianti brilla ancor oggi il ricordo luminoso di un piccolo camposanto di montagna, luogo di pace, semplicità, bellezza. Esprimeva nel suo aspetto il sentimento puro, bambino, di coloro che lo frequentavano a versare una lacrima o un pensiero per coloro che più non sono. Qualche fiore di campo era colto e deposto sulla pietra nuda da mani veramente pietose, ma del resto i fiori crescevano da se vicino, intorno alle lapidi storte e ancor più sul sentierino bianco prima del cancello. Il mio spirito vi riposava volentieri, anche se nessuno di me vi era sepolto. Mi sentivo “a casa”, mi sentivo in pace in quel luogo solitario. Rare persone, quasi sempre donne silenziose, vi passavano per lo più durante le mattine del  venerdì e del sabato o nei giorni di festa. Non vi erano mercati al di fuori, nemmeno nella ricorrenza principale. E poi lo sguardo poteva spaziare oltre il muretto di recinzione e saziarsi ancor più del silenzio e dello spazio limpido, dei profumi dell’erba e  mi pareva davvero di udire le voci di coloro che furono; guardando ora questa lapide ora un’altra mi sembrava di rivivere con loro per un commovente attimo nel quale contemplavo in silenzio i miei pensieri e sentimenti. Percepivo…

Ora, non mi permetterei di giudicare nessuno in particolare, ma questi luoghi sono quasi del tutto cambiati come è cambiata l’aria che vi si respira ed il tempo in cui viviamo; si è provata la necessità, di pari passo al crescere delle disponibilità economiche, di trasformare le tombe in esposizioni o vetrine dello status famigliare e del censo, testimonianze blasfeme del livello sociale del clan di appartenenza. Orribili fiori finti dai colori spesso innaturali troneggiano sgraziati e tronfi nei vasi, tombe come tempietti o esposizioni dallo stile a volte incredibilmente pacchiano, deturpante proliferano a iosa come protese in una stupida gara di sfoggio e di sfarzo che a mio parere offende anche la morte e l’uomo stesso.

Molti di coloro che erano avari nell’onorare la persona quand’era in vita, dopo la sua morte, si sviscerano inaspettatamente, prodigandosi ad adornare oltremisura la sua tomba almeno una volta l’anno. Ma cosa vorrebbero nascondere con questo atto? Il giudizio di Dio forse? La voce della loro coscienza che morde?

Certo che ognuno  può ben sapere cosa lo muove ad agire così. Io percepisco anche qui la differenza e dico che non mi piace.
E poi in tanti si guardano fra loro, si controllano a vicenda (atteggiamento tipico di comunità), si giudicano in base allo sfoggio delle tombe, alle luci, ai moccoli. Che tristezza!
Hanno fatto di ogni cosa un mercato, hanno voluto defraudare anche la morte della sua naturalezza! Guai se una tomba non viene adornata in quel giorno, il giudizio della comunità o di sue parti verso i parenti è immediato, totale, impietoso. Il conformismo e l’ipocrisia si aggirano a grandi passi anche nei cimiteri, specialmente in quel giorno, nel vano tentativo di dimostrare l’indimostrabile, di nascondersi dietro i cesti di fiori. Non sarò mai con questo sistema di intendere le cose perché la comunità non può pretendere, mai, di ordinare allo spirito dell’uomo cosa deve o non deve fare, quando e come deve fare. Lo spirito è libero per definizione. La semplicità di una pietra incisa lavata dalla pioggia ed il ricordo personale dovrebbero poter bastare all’uomo per comprendere e meditare che il sepolcro non è la sua ultima meta, ma solo tappa di un ricordo, un motivo per piangere e consolarci delle nostre miserie.

1 Commento

  1. Evy ha detto,

    Novembre 5, 2008 a 6:28 pm

    Ho letto e apprezzato moltissimo questo post dal “sapore diverso” e più profondo di tanti altri sullo stesso tema in questo periodo! Sicuramente fa riflettere, e anche parecchio…


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