Accanimento terapeutico ed eutanasia; dove sta la misura della Giustizia?


Il caso drammatico di Eluana Englaro  su cui ho scritto già un articolo, mi è tornato subito in mente allorchè sfogliando uno scritto di Agostino vi ho trovato il seguente brano:

L’utilità del digiuno 10.12

Gli uomini sono strutturati in modo che ognuno vuole una successione nei figli; e non c’è nessuno che non desideri e speri nella sua casa questo ordine: che chi ha generato ceda il posto ai generati ed essi succedano. Tuttavia se un vecchio padre è malato (non faccio il caso del figlio malato assistito dal padre, che invece cerca l’erede, desidera il successore, che lo ha generato perché viva lui morto; non dico questo) dico dunque se il padre è malato, sta per andarsene, vecchio, vicino alla morte, al punto in cui chiede di assecondare l’ordine della natura, quando ormai non ha più niente da sperare, tuttavia se è malato e gli sta vicino con affetto il figlio, e il medico vede che è preso da un sonno nocivo, letale, egli è paziente col vecchio che sta per morire, anche per quei pochi giorni che gli restano da vivere; e sta lì il figlio, premuroso vicino al padre, e sente il medico dire: ” Quest’uomo può cadere in letargo e poi morire se lo si lascia prendere dal sonno; se volete che viva non deve dormire “. E quel sonno nocivo invece lo prende: nocivo e dolce. Ma il figlio ammonito dal medico sta lì attento e, con fastidio del padre, lo sveglia mettendogli le mani addosso; se il sonno è più forte, lo pizzica e, se questo non serve, lo punge. Certamente riesce fastidioso al padre, ma sarebbe empio se non gli desse questo fastidio. In quanto a lui che vorrebbe morire, respinge il figlio molesto col volto corrucciato e con la voce alterata: ” Lasciami stare, perché mi tormenti? “. ” E` che il medico ha detto che se ti addormenti, muori “. Ed egli: ” Lasciami stare, voglio morire “. Il vecchio dice: ” Voglio morire ” e il figlio sarebbe empio se non dicesse: ” Io non lo voglio “. E si tratta comunque di una vita temporale; né colui a cui riesce molesto il figlio che lo vuol svegliare resta perpetuamente in quella vita, né il figlio che succede al padre che se ne va e muore. Tutti e due passano attraverso di essa, tutt’e due vi trasvolano, di passaggio; e tuttavia sarebbero empi se non provvedessero a mantenere questa vita temporale a rischio di rendersi molesti a vicenda. Dunque io, se vedessi il mio fratello preso da un sonno di cattiva lega, non lo sveglierei per timore di essere molesto a chi sta dormendo e morendo? Lungi da me il fare questo, anche se, lui vivo, è più ristretto il mio patrimonio. Nel nostro caso poiché ciò che riceveremo non si può dividere e anche se si moltiplicano i possessori non diminuisce il patrimonio, non lo terrò desto, sveglio, anche se lo infastidisco, possa godere con me l’eredità dell’unità ? [in Dio n.d.a.]Certo che lo farò. Se sono sveglio lo farò. Se non lo faccio, dormo anch’io.

Agostino mira evidentemente, con quanto innanzi argomentato, forse non nel modo più chiaro,  ad istruirci esattamente sul dovere di Carità che tutti noi credenti abbiamo di “svegliare” con ogni mezzo in nostra disposizione, anche a costo di essere importuni, duri o pungenti, la coscienza, ove fosse  dormiente,  di coloro che consideriamo fratelli. Il sonno di cattiva lega cui accenna, secondo me, è proprio questo. Di ciò egli tratta splendidamente anche nella sua Omelia 7. Nel brano qui considerato lo si può intuire solo dalle ultime parole. Le ultime righe del brano sono indubitabilmente da approvare, mentre la parte antecedente, se presa isolatamente, susciterebbe almeno qualche dubbio a meno che non volesse egli riferirsi a coloro in cui la smania di ereditare i beni del defunto fosse il movente importante del loro agire. Infatti l’esempio del vecchio padre morente che il figlio avrebbe il dovere morale di punzecchiare (cioè di torturare) fino all’ultimo anelito di vita perché non sia preso dal sonno nocivo e muoia anzitempo, mi pare in se un accostamento improprio anche se poi assai funzionale, come immagine generale atta  a rendere efficacemente il concetto più alto. Infatti, se il principio del destare a tutti i costi può avere, entro certi limiti, un significato evidente ed una utilità vera allorquando si tratti di conseguire una vittoria sul sonno mortale della coscienza, per aprire gli occhi del fratello che sta sbagliando, perde invece gran parte di importanza, in favore delle pietà e della compassione dell’uomo nei confronti dell’uomo, allorquando si applichi in ambito materiale riferendosi oggettivamente alla vita di questo corpo che sta per lasciarci.

Tacciare a priori di empietà colui che decidesse in tutta buona fede e senza falsi scopi di assecondare il decorso naturale di una malattia estrema, invece di opporvisi disperatamente con tutta la sua forza mi pare blasfemo, inquisitorio, immorale, disumano e contraddicente apertamente quello Spirito e quella misericordia divina che io amo e sento profondamente. Questo atteggiamento di opporsi assurdamente ad un evolversi naturale, ultimo ed inevitabile della vita umana, anche calpestando la volontà chiaramente espressa del diretto interessato, mi ravvisa piuttosto le imbalsamazioni tanto orgogliose quanto inutili dei faraoni, non lo Spirito di Carità che certi “amministratori del soffrire su base morale” affermano di possedere, codificare e distribuire in esclusiva mondiale. Io a questi attribuisco tutta la responsabilità dell’aver negato o reso ardua e inesistente per secoli la terapia del dolore ai malati terminali così come li ritengo, per altro verso e sul fronte opposto,  fra i moralmente responsabili (e forse non solo moralmente), delle vittime oggi causate dall’abuso di droghe in quanto solidali e facenti parte,  DEGNI COMMENSALI, di quel sistema che le spinge in ogni modo e forma all’interno dell’esistenza umana. Notiamo bene il controsenso di come oggi si tenda a distruggere e si scarifichi,  in mille modi, si depredi senza troppo discutere la vita dei sani mentre si opera su ogni fronte per poter prolungare fino all’assurdo quella di chi, dalla vita, non può più cogliere o sperare alcunché di utile, né per il corpo né per lo spirito. Il paradosso è questo e non è dovuto a cause imprecisabili; vi è un profondo motivo non tanto morale ma piuttosto economico che non riguarda, a mio avviso, solo l’economia del denaro, ma soprattutto quella del potere. Chi è malato o ha un famigliare malato gravemente è, a parte qualche rara eccezione, la persona più debole, influenzabile, sfruttabile, dipendente che possa esistere; è proprio da come si diportano nei confronti di queste persone e situazioni che si possono trarre utili e veritieri elementi per giudicare  la reale moralità, la legittimità, la liceità dei poteri e dei loro sistemi.

E da insegnamenti mal compresi come questo, evidentemente, la chiesa verrebbe a fabbricare, dedurre ed inculcare la morale agli uomini? Nel caso Englaro, ma ve ne sono tantissimi altri meno noti, abbiamo avuto una dimostrazione pratica dell’assurdo di quanto Agostino ha teorizzato – io credo – volendo egli soprattutto tratteggiare un atteggiamento spirituale da seguire, concernente valori spirituali che comunque non poteva prevedere i livelli di progresso estremo cui la scienza medica dei secoli futuri sarebbe giunta.

Il potere che l’uomo ha oggi, grazie alla scienza, di mantenere in essere la vita cellulare del corpo oltre ogni limite del pensabile, giungendo talvolta a ridurre chi in altri tempi sarebbe morto subito, senza dubbio e senza discussioni, a un qualcosa più simile ad una cultura cellulare in vitro che ad un essere umano, ottiene, in questi casi, il risultato di rendere il suo spirito prigioniero, di vincolarlo forzatamente ad un corpo sofferente terminale. Lo spirito umano  diviene quindi ostaggio assoluto del potere tignoso delle farmaceutiche e delle leggi civili, quasi sicuramente pilotate ad hoc. Tutto, con la scusa e il paravento di garantire la vita e la dignità del malato, è stato da questi impugnato in base ad un errato quando non decisamente malefico spirito di falsa carità e moralità per fabbricare carichi insostenibili da porre in spalla ai già poveri e sofferenti della terra (mi riferisco anche ai parenti dei malati spesso abbandonati completamente a loro stessi o posti su un percorso assurdamente irto di ostacoli burocratici, di carenze assistenziali, logistiche ed organizzative). Il pretendere di dominare e giudicare ciò che invece dovrebbe essere esclusivamente lasciato alla libera scelta del malato e/o di chi, autenticamente vicino a lui nella vita, abbia titolo effettivo a farne le veci, non porterà forse alla giustizia assoluta, ma a qualcosa di certamente più umano, accettabile e perdonabile di quello cui abbiamo assistito fino ad ora, il che, a questo punto, è da considerarsi  pregio e non  difetto.

La proposizione dei fautori o dei custodi della morale corrente, poi, sarebbe probabilmente più credibile se non avessero da sempre lucrose e provate cointeressenze col settore sanitario-farmaceutico; dovrebbero almeno avere il pudore di separare per sempre le due cose.

Non ricordano costoro gli insegnamenti del, da loro, sempre più disatteso Maestro?

Matteo 6:27 E chi di voi, per quanto si dia da fare, può aggiungere un’ora sola alla sua vita? [anche il punzecchiare con spilloni o aghi di flebo e sondini per nutrizione gastrica credo si possa comprendere in taluni casi in questo … darsi da fare.]

Matteo 10:29 Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure neanche uno di essi cadrà a terra senza che il Padre vostro lo voglia.

Matteo 10:30 Quanto a voi, perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati;

Matteo 10:31 non abbiate dunque timore: voi valete più di molti passeri!

Che dire allora? Eutanasia per legge? No certo! Sarebbe solo un errore identico all’altro sebbene in direzione opposta. Le cattive coscienze ne farebbero inevitabilmente uno strumento di ingiustizia altrettanto grave.

Debbo convenire che tutto ciò sarebbe altrettanto umiliante per l’uomo quanto l’accanimento terapeutico! Infatti questo problema non credo possa essere regolato da una legge civile soltanto perché ogni malato è un caso a sé ed ogni caso richiede inderogabilmente considerazione, umiltà e soprattutto Carità vera prima di tutto; soccorsi che, nella loro essenza, non potranno mai essere contenuti, tantomeno codificati, in una legge dello stato così come non dovrebbero mai, per legge, essere negati o limitati.

Io credo che tali decisioni dovrebbero in qualche modo essere affidate, concesse all’uomo ed alla sua coscienza, pur con il consiglio disinteressato dei medici  e di chiunque possa avere valida esperienza di quelle situazioni poiché una legge non può, da sola, creare una buona coscienza, ma necessita dell’autentico spirito di Carità e dell’Uomo stesso per esser completa e poter raggiungere il suo fine. Se si è fatto valere questo per la Legge Divina, quanto più per quella umana.

Spesso la pretesa di raggiungere una giustizia assoluta a suon di leggi fa sì (e loro lo sanno benissimo, è proprio quello che vogliono), che si ottenga il fine opposto; apparentemente per impedire l’ingiustizia degli ingiusti si promulgano leggi che gli ingiusti sapranno aggirare comunque, ma che finiranno spesso per uccidere, schiacciare, soffocare i semplici e i poveri o pesare su di loro oltre misura.

Questi sono i limiti dell’uomo, essi possono certamente essere superati ed un giorno accadrà inevitabilmente, ma dovremo cambiare molti dei nostri modi di vedere, considerare, ragionare e credere.

2 commenti

  1. Mr.Loto said,

    dicembre 23, 2010 a 8:38 pm

    L’unica cosa che mi sento di dire è che nella vita, una delle cose di cui sono sicuro, è che sarebbe sufficiente seguire i 10 comandamenti per non uscire di strada.
    Una volta che un essere umano viene attaccato ad una macchina ed è quindi ancora in vita, non mi sentirei proprio di staccare la spina, per nessuna ragione. Esistono casi, non spiegati dalla scienza, in cui persone date per spacciate sono tornate ad avere una vita normale; miracoli? Può darsi.
    Il solo pensiero che questo possa accadere dovrebbe far riflettere …….

    Un caro saluto

    • dicembre 24, 2010 a 9:06 am

      Caro Mr. Loto è sempre un piacere sentire i tuoi commenti. Come non darti ragione? Certamente se l’uomo non è assoluto non è nemmeno giudice infallibile e quindi comprendo che la decisione di staccare la spina o rifiutare le cure estreme possa essere un evento assolutamente drammatico che non tutti si sentono di affrontare e che non è comunque né facile né piacevole attuare. Credo anzi che ci voglia un coraggio molto particolare. Certo che i miracoli accadono, ma come ho detto molte volte, qui il problema è nell’intenzione di chi agisce e solo in particolarissime circostanze dove credo sia presente a monte una intensa e indispensabile comunicazione spirituale come, credo proprio, sia avvenuto fra il Sig. Englaro e la povera figlia Eluana tanto ed indubitabilmente amata. Certo chi non considera la coscienza umana e questo aspetto interiore della faccenda è meglio non prenda mai decisioni in merito. Non si tratta, nei casi come quelli citati, di uccidere, a mio avviso, ma di liberare e riconoscere che l’uomo non è comunque immortale malgrado la sua scienza. Ripeto che tutto dovrebbe essere svolto nel rispetto assoluto (ove sia possibile farlo), della persona terminale che si vuol tutelare. Quante vite assai meno compromesse si sprecano futilmente da una parte a fronte del mantenimento artificioso di una sola dall’altra? Se io dovessi parlare per me direi senza dubbio: salvate quelle e lasciatemi andare da mio Padre! Perché non vi è altrettanta determinazione a difendere la loro vita? Perché la mia vita deve valere più della loro? Non caricatemi di questo peccato di ingiustizia non mio!


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