La Tristezza


C’è un sentimento dell’uomo, una espressione dell’animo suo che passa a volte inosservata,  muta.  E’ vissuta tante volte in segreto;  una “cosa” che nasce dall’interno, spesso non riconducibile a motivazioni precisamente individuabili.

La tristezza può avere molte facce e diversi parenti come: rimpianto, depressione, afflizione; può essere sostenuta da cause organiche, psicologiche, animiche, da fatti subiti ed in questo mondo non mancano certo i motivi che la possono suscitare.

Qualcuno recentemente ha affermato di non voler vedere cristiani tristi perché il cristianesimo è gioia.

Mi permetto di dissentire almeno in parte. Infatti, se a costui non piacciono le chiese piene di piagnoni e flagellanti, a me, ancor meno, piacciono i sorrisi posticci, esagerati, ostentati, vuoti, d’occasione. Sanno di falsità e muffa e la falsità è sicuramente articolo peggiore e meno incolpevole della tristezza, la quale riflette unicamente, al peggio,  una condizione, una debolezza tutta umana, una debolezza di cui può soffrire solo chi ha ancora un animo sensibile e vivo; non certo gli ipocriti, o gli spietati.

L’animo umano, io ritengo, abbia anche il diritto di poter essere triste senza essere perciò fuori dalla grazia di Dio, magari ritirato in se stesso per non disturbare gli altri, senza per questo rinunciare alla Speranza di un miglior Bene a venire. Noi siamo comunque liberi perché Cristo ci ha liberato anche da coloro che amerebbero vederci tutti uguali e conformi al loro disegno.

Poi mi sono venute in mente le parole del Vangelo sulla tristezza che  Cristo patì nei Getsemani:  -L’anima mia è triste fino alla morte… ed ancora, rivolgendosi ai suoi, ma anche ad ogni vero cristiano di ogni tempo: voi avrete afflizione nel mondo, ma coraggio…., io vi vedrò di nuovo, si rallegrerà il vostro cuore ed allora nessuno potrà togliervi la vostra gioia. E qui  Gesù parla evidentemente di una gioia che è, al presente, negata all’uomo fedele a Gesù dall’azione, dalla natura stessa del mondo, gioia che verrà all’uomo restituita nella sua autenticità e pienezza solo dall’incontro reale, pieno, diretto e personale con Lui.

Ora, evidentemente,  con certe affermazioni che vorrebbero veder bandita la tristezza (o forse coloro che ne provano il sentimento), si vuole solo ribadire che il Cristo è già venuto per alcuni ovvero che il Regno di Dio compiuto in terra è solo ed è già ora la chiesa cattolica romana.

Per tali ragioni questa uscita sulla tristezza quale sentimento da mettere all’indice,  sulla tristezza in toto, senza tener conto dei motivi e della natura di questa tristezza, non mi pare essere un contributo all’affermazione della verità.

Ho allora guardato in me stesso. Io mi sento in pace, generalmente, perché so cosa sta facendo Dio per l’umanità tutta e quindi anche per me. Tuttavia sono spesso triste o se vogliamo, avverto un profondo senso di mestizia interiore a causa di quello che vedo attorno a me, a causa di tutto il bene impedito a esistere dall’arroganza degli empi che avverto,   che comprendo nelle sue vie e nei suoi fini troppo numerosi e complessi per potersi solo riassumere in parole.

Io non potrei mai essere o mostrarmi gioioso con un mondo simile davanti agli occhi anche se so e credo che un giorno esso finirà per sempre! La mia natura umana e terrena vi si ribella in ogni modo, pur facendone parte non si rassegna alla rinuncia ad una giustizia vera, migliore e superiore. Preferisco sopportare, pazientare e pregare. Questo mi insegna il Vangelo: non a cambiare il mio stato d’animo per imposizione o per convenzione al fine di dimostrare qualcosa agli altri come fanno i “venditori di padelle”.  La tristezza autentica, come la gioia vera, sono due sorgenti spontanee che sgorgano dal nostro cuore in seguito alla constatazione, al vissuto di realtà oggettive, esistenziali.  Non credo che Cristo sorridesse quando era flagellato o mentre portava la croce o quando sudava sangue; soffrì anche Lui docilmente e umanamente ciò che la volontà di Dio gli diceva di fare. Ecco, non è anche la tristezza, sopportata docilmente, con pazienza, una nostra croce fra le tante? Che dovremmo dimostrare ancora ed a chi? Non è questo sopportare senza venir meno nell’amore e nella fede il primo ed autentico messaggio cristiano?Certo non ci imbellettiamo con facce da funerale, nemmeno osiamo mostrare fuori ciò che sentiamo, ma la tristezza c’è perché non è bello quello che si vede e si subisce; non è bello affatto quello che cercano di fare all’umanità tutta.

Quale tipo di gioia desideriamo possedere e trasmettere ad altri? Quella della superficialità, dell’incoscienza, dell’imprevidenza?

Ciascuno comprenderà come a questo modo di intendere la cosa sia legato tutto un universo che qualifica profondamente gli uomini che gli appartengono. Avrete capito che, come la gioia, anche la tristezza può assumere una natura mendace, falsa, mondana, opportunistica.

Cristo per primo, pure essendo una cosa sola col Padre, provò tristezza mortale; gli uomini che gli sono veramente fedeli provano tristezza a causa del peso iniquo del mondo, poiché vivono nella sua Comunione sia nel bene che nel male a causa della giustizia violata e finché non venga il suo Giorno che brillerà come folgore da un capo all’altro del cielo. La fede, insieme con la speranza, infatti, bilancia, mitiga la tristezza che pure c’è; ciò che sappiamo e crediamo dovrà avvenire un giorno e per sempre annullerà ciò che avviene ora  a causare tristezza d’animo. Il Signore tergerà ogni lacrima sul suo monte Santo!

Ma il momento della gioia, quella vera è, io credo, riservato al futuro, quando di nuovo si vedrà un Futuro, oggettivamente e non solo per fede e speranza in Colui che deve venire pure essendo già fra noi.  In altre parole se il nostro spirito non crolla né patisce, la carne ha le sue debolezze innate e volerle negare o annullare prematuramente cambia di poco la realtà e la sostanza delle cose; sicuramente invece questo modo di fare incrementa efficacemente la fabbrica dell’ipocrisia.

Anche il messaggio delle Beatitudini ci parla di questa nostra tristezza:

Beati voi che ora avete fame,
perché sarete saziati.
Beati voi che ora piangete,
perché riderete.
22 Beati voi quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno al bando e v’insulteranno e respingeranno il vostro nome come scellerato, a causa del Figlio dell’uomo. Rallegratevi in quel giorno ed esultate, perché, ecco, la vostra ricompensa è grande nei cieli. Allo stesso modo infatti facevano i loro padri con i profeti.

ed ancora:

Colui che deve andare in prigionia,
andrà in prigionia;
colui che deve essere ucciso di spada
di spada sia ucciso.
In questo sta la costanza e la fede dei santi.
Ap 13:10

3 commenti

  1. luglio 8, 2013 a 11:40 am

    Ringrazio vivamente tutti gli amici che hanno voluto commentare e gradire per manifestarmi la loro vicinanza

  2. Anna Cuomo said,

    luglio 7, 2013 a 10:50 am

    Come si fa a essere felici se intorno a sé si vede tanto dolore e non ci si sente in grado di porvi rimedio? Caro Claudio, come tante altre volte, hai colto nel segno. Un saluto.

  3. Mr.Loto said,

    luglio 7, 2013 a 10:01 am

    Qualcuno ha detto, giustamente, che non si può essere felici quando attorno a noi vi sono persone che soffrono e vivono nel bisogno. Ritengo che questo pensiero sia un’altra prova che sostiene non solo il diritto alla tristezza, ma anche la sua necessità.

    Questo mondo, caratterizzato dalla mutevolezza e dalla caducità delle cose,non può non generare tristezza nelle anime sensibili; tutto questo fa parte della creazione e dell’ordinamento divino.
    Come hai riportato nelle righe finali “colui che deve essere ucciso di spada di spada sia ucciso” allo stesso modo colui che deve pervaso dalla tristezza dalla tristezza sia pervaso.
    Così come per la gioia e per il dolore, anche per la tristezza vi è una scadenza quaggiù sulla terra, palesiamo quindi il nostro stato d’animo senza nessuna paura ed anche la tristezza contribuirà a prepararci per la vita che verrà dopo.

    Un saluto


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