La coscienza e le azioni

Mi chiedo spesso, all’udire notizie di crimini efferati o di azioni sconsiderate e malvagie, che aggiungono un male ulteriore all’umanità già di per se sofferente, cosa ne sia della coscienza di coloro che le compiono.  Quale è il limite di coscienza che fa la differenza fra chi le compie e chi no ed anche fra la condanna e il perdono (da parte di Dio). Gesù disse a nostra istruzione: Padre perdona loro perché non sanno quello che fanno; …  ma fino a quando non sapranno?

Chi di noi non ha mai compiuto per incoscienza azioni sconsiderate, che solo per un caso fortuito (o per provvidenza divina), non hanno provocato del male ad altri? Se esamino il mio passato con la consapevolezza di un quasi sessantenne vedo chiaramente in quante occasioni i limiti della mia giovane, immatura coscienza o la leggerezza nella considerazione per gli altri avrebbero potuto giocarmi dei brutti tiri con conseguenze potenzialmente gravissime. Non è successo nulla, ma ad altri, a volte, è andata peggio. Perché?

La coscienza intesa come pura consapevolezza interiore delle proprie azioni è il solo elemento che è in grado di porci in relazione logica e diretta col Bene, con la Giustizia, col Prossimo, con Dio. Infatti essa conduce naturalmente alla compassione cioè a considerare l’altro e ciò che ci circonda come parte di noi stessi. In altre parole la coscienza, considerando l’altro, amplia in tal modo i suoi orizzonti, guardando solo alla propria individualità invece si rinsecchisce e si limita a proprio danno. La coscienza dell’uomo è già naturalmente  limitata in varia misura ed ordine, da cui la necessità dell’umiltà che sola ci permette di oltrepassare, riconoscendoli, i nostri limiti personali e naturali. Questo perché la coscienza è l’occhio dell’anima. Essa vede e prevede infatti, quando sia bene formata integra e matura, tutte le conseguenze dell’umano agire in modo globale, completo, prudente, impedendo all’uomo di compiere errori fatali per se o gli altri. A meno di essere autolesionisti, tutti quanti prima di agire dovrebbero considerare le conseguenze che tale agire comporta e questo nella misura più ampia possibile riguardo a tutte le sue ripercussioni future. Ma qui vi è appunto un problema che riguarda il limite della coscienza umana. Al pari di colui che subisce la paresi completa di una parte del corpo, fatto che può portare il malato a negligere ed ignorare totalmente la parte colpita al punto che questa, essendo del tutto insensibile può ferirsi, infettarsi, e non curata, condurre tutto il corpo a setticemia mortale, così accade su un altro piano a colui che compie il male per pura incoscienza delle sue conseguenze,  forse per leggerezza, forse sedotto e convinto dall’idea che possano esistere scorciatoie facili all’esistenza. La sua “paresi”, in questo caso è proprio l’incapacità di considerare le cose e le azioni nella loro globalità e ciò infatti riconduce ad uno stile di vita nichilistico, stigmatizzabile in: cogli l’attimo; del domani non v’è certezza.

La legge di Dio, il suo insegnamento, quindi, divengono una cognizione indispensabile al fine di chiarificare ed orientare la coscienza, dandoci la nozione del male (peccato) e fornendoci le chiavi per comprendere, la luce necessaria per vedere. La coscienza illuminata in tal modo ci fa comprendere e vedere come compiere il male, anche per noncuranza, verso altri danneggerà inevitabilmente noi stessi in un tempo presente o futuro, perché la Vita di cui tutti fruiamo è unica e chi maledice la Vita nell’altro, fuori di se stesso, la maledice prima ancora in se stesso. Perciò chi ha sposato la Legge di Dio non può assolutamente pensare di compiere il male deliberatamente, ma se ne guarda attentamente.

Dio parla in un modo o in un altro, ma non si fa attenzione. Parla nel sogno, visione notturna, quando cade il sopore sugli uomini e si addormentano sul loro giaciglio; apre allora l’orecchio degli uomini e con apparizioni li spaventa, per distogliere l’uomo dal male e tenerlo lontano dall’orgoglio, per preservarne l’anima dalla fossa e la sua vita dalla morte violenta. Giobbe 14-18

Il limite della coscienza (incoscienza), nel fare il male è stato ed ancora  può essere una attenuante per ammettere il perdono di Dio e dell’uomo. Ma questo è sempre meno un percorso possibile perché anche nell’autolimitare volontariamente la propria coscienza esiste una responsabilità per le conseguenze che ne possono derivare. Si assiste oggi all’assurdo (secondo la pura logica), all’autolesionismo di coloro che provano piacere chiudendo gli occhi e bene sapendo che durante la corsa hanno la probabilità di sbattere contro un ostacolo, a volte costituito purtroppo da altre persone, evidentemente non considerate come tali. Così abbiamo sempre più i drogati, gli ubriachi al volante o in altri posti di responsabilità, e via dicendo. Tutti costoro appartengono ad una categoria che autolimita, spesso volontariamente, la propria coscienza e che non considera, non vede o non vuol vedere, di conseguenza, l’impatto negativo verso la Vita che la loro azione reca. Questo aspetto della realtà nelle loro considerazioni non esiste o quasi. Non voglio pensare a quali molteplici motivazioni più o meno gravi possono condurre le persone a tale comportamento e non è mio compito giudicarle. Ma certamente, in qualche modo, dovranno rispondere di fronte a Colui che ha creato la Vita e la coscienza e passare a loro volta, in un tempo futuro (azione della Provvidenza, non della rivalsa), attraverso esperienze dolorose, malattie incluse, simili a quelle che hanno causato; ciò non per vendetta ma fino a quando non abbiano compreso, cioè fino a quando non sia stata  ripristinata l’integrità e la giusta funzione della loro coscienza. Questo indipendentemente dal perdono della colpa o dalla condanna, indipendentemente dalla Misericordia divina ed umana.

I gravami che vengono generati in tal modo, creano infatti delle ferite, delle lacune gravissime nell’individuo che compie tali azioni, cioè nello stato della sua coscienza. Se non verranno riparate egli non può accedere alla Vita in modo pieno e nessuno se non lui stesso ha il potere di riparale appunto vivendo intimamente e personalmente, prendendo coscienza di ciò che volle altrove ignorare.

Vi sono poi coloro la cui coscienza più non esiste ed è pertanto inguaribile. Stento ad immaginarmi come tal tipo di persone possano essersi generate e in qual modo riescano a vivere. Ma la Scrittura ci dice che esistono ed operano sempre e comunque il Male. Per loro un’altra strada è preparata e questo problema ormai non ci riguarda se non per puro monito ed avvertimento.

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