Il Segno di Giona


Dal libro di Giona:

Fu rivolta a Giona figlio di Amittai questa parola del Signore: «Alzati, và a Ninive la grande città e in essa proclama che la loro malizia è salita fino a me». Giona però si mise in cammino per fuggire a Tarsis, lontano dal Signore. Scese a Giaffa, dove trovò una nave diretta a Tarsis. Pagato il prezzo del trasporto, s’imbarcò con loro per Tarsis, lontano dal Signore.

Nelle prime righe del libro di Giona possiamo già rilevare alcuni elementi significativi e ricorrenti nell’agire di Dio: Egli si sceglie un uomo, un profeta, del quale servirsi per far giungere materialmente la sua “Voce” ad altri uomini più carichi di malizia e perciò più sordi al richiamo salvifico interiore e divino, sordi alla Legge di Giustizia. Gli abitanti di Ninive, evidentemente, hanno anche e soprattutto un valore simbolico a nostra utilità, come quasi tutti gli elementi di questo racconto che tuttavia Cristo cita come si trattasse di fatto realmente accaduto (Matteo 12, 41). Vedremo come e perchè la città di Ninive sia un simbolo della comunità grande degli uomini ovvero di certa chiesa … che in quel caso ebbe a pentirsi della propria malvagità in conseguenza dell’ammonimento di Giona.

– Si può ammettere che nella città di Ninive è stata giustamente allegorizzata la Chiesa dei popoli, abbattuta mediante il pentimento, affinché non fosse più quel che era stata.
Agostino – Città di Dio Lib. XVIII §44

Ancora, qui vediamo simbolicamente l’uno (il profeta solo, l’ebreo), inviato a rimproverare i molti (la città, la comunità, i pagani nel cuore ), a testimoninanza del fatto che la voce divina risuona più propriamente nel cuore dell’uomo, individualmente, prima che nella piazza delle città. Ma anche, “nell’inviato di Dio”, di cui Giona è figura, insorgono delle remore, delle indocilità a Dio che lo sospingono lungi dalla Sua volontà, che gli fanno preferire l’imbarco verso una meta lontano dal Signore, che gli fanno decidere di pagare anche un prezzo d’imbarco pur di sentirsi sicuro in mezzo ad una comunità umana, seppur piccola come gli occupanti della nave. Questo agire di Giona vuol evidenziare l’indole naturale, la debolezza della carne e la paura atavica dell’uomo a muoversi diversamente dalla comunità degli uomini e contro i luoghi comuni da essa lecitati di sacro, verso i quali, invece, il Signore vuole usare la Sua correzione ed il suo ammaestramento.

Ma il Signore scatenò sul mare un forte vento e ne venne in mare una tempesta tale che la nave stava per sfasciarsi. I marinai impauriti invocavano ciascuno il proprio dio e gettarono a mare quanto avevano sulla nave per alleggerirla. Intanto Giona, sceso nel luogo più riposto della nave, si era coricato e dormiva profondamente. Gli si avvicinò il capo dell’equipaggio e gli disse: «Che cos’hai così addormentato? Alzati, invoca il tuo Dio! Forse Dio si darà pensiero di noi e non periremo».Quindi dissero fra di loro: «Venite, gettiamo le sorti per sapere per colpa di chi ci è capitata questa sciagura». Tirarono a sorte e la sorte cadde su Giona.

Il volere di Dio non può essere ignorato dall’uomo in alcun modo pena lo sfascio dei gusci protettivi, isolanti (navi, comunità umane), ovvero dei mezzi artificiosi che gli uomini si costruiscono fuori dal suo volere, per meglio nascondersi o negarsi ad esso. La presenza in mezzo a loro di un profeta, di un solo Testimone vocato dal Signore, di un ebreo appunto, seppur umanamente reticente ad eseguire la sua volontà, causa grandi propblemi di esistenza a tutti coloro che, anche ignorandone il ruolo interiore e nascosto, contribuiscono a rafforzare il suo umano resistere a Dio.

Gli domandarono: «Spiegaci dunque per causa di chi abbiamo questa sciagura. Qual è il tuo mestiere? Da dove vieni? Qual è il tuo paese? A quale popolo appartieni?». Egli rispose: «Sono Ebreo e venero il Signore Dio del cielo, il quale ha fatto il mare e la terra». Quegli uomini furono presi da grande timore e gli domandarono: «Che cosa hai fatto?». Quegli uomini infatti erano venuti a sapere che egli fuggiva il Signore, perché lo aveva loro raccontato. Essi gli dissero: «Che cosa dobbiamo fare di te perché si calmi il mare, che è contro di noi?». Infatti il mare infuriava sempre più. Egli disse loro: «Prendetemi e gettatemi in mare e si calmerà il mare che ora è contro di voi, perché io so che questa grande tempesta vi ha colto per causa mia». Quegli uomini cercavano a forza di remi di raggiungere la spiaggia, ma non ci riuscivano perché il mare andava sempre più crescendo contro di loro. Allora implorarono il Signore e dissero: «Signore, fà che noi non periamo a causa della vita di questo uomo e non imputarci il sangue innocente poiché tu, Signore, agisci secondo il tuo volere». Presero Giona e lo gettarono in mare e il mare placò la sua furia. Giona Quegli uomini ebbero un grande timore del Signore, offrirono sacrifici al Signore e fecero voti.

Giona è dunque un profeta con le sue debolezze umane e nondimeno, la sua vicenda assume valore di prefigurazione del Messia, del Cristo che ci salva sacrificandosi personalmente e che poi risorge dalla morte.

– Si è abbastanza dimostrato, come penso, che sia la storia del Vecchio Testamento sia l’eziologia sia l’analogia si ritrovano nel Nuovo Testamento; resta ora da mostrare la stessa cosa per l’allegoria. Il nostro stesso Liberatore nel Vangelo si serve di un’allegoria presa dal Vecchio Testamento: Questa generazione, egli disse, chiede un segno! Ma non le sarà dato altro segno che quello del profeta Giona. Come, infatti, Giona rimase tre giorni e tre notti nel ventre della balena, così il Figlio dell’uomo resterà tre giorni e tre notti nel cuore della terra.
S. Agostino – L’utilità del credere §3.8

Gli Ebrei ritengono naturalmente il principio secondo il quale le vicende accadute ai loro padri avrebbero valore di segno per i figli ed anche Agostino da Ippona afferma il principio che nel vecchio Testamento risiedono l’eziologia (l’insieme delle cause), l’allegoria e la prefigurazione del nuovo. Ma, probabilmente, come sostengono gli Ebrei, guardiani e conservatori delle radici e della tradizione dell’Antico testamento, tutta la vicenda di Giona potrebbe essere solo un simbolo, in insegnamento figurato. In merito, si legga l’articolo a fondo pagina molto profondo ed accurato che evidenzia ed interpreta sapientemente moltissimi aspetti della vicenda.
Ma il Signore dispose che un grosso pesce inghiottisse Giona; Giona restò nel ventre del pesce tre giorni e tre notti. Dal ventre del pesce Giona pregò il Signore suo Dio e disse: «Nella mia angoscia ho invocato il Signore ed egli mi ha esaudito; dal profondo degli inferi ho gridato e tu hai ascoltato la mia voce. Mi hai gettato nell’abisso, nel cuore del mare e le correnti mi hanno circondato; tutti i tuoi flutti e le tue onde sono passati sopra di me. dicevo: Sono scacciato lontano dai tuoi occhi; eppure tornerò a guardare il tuo santo tempio. Le acque mi hanno sommerso fino alla gola, l’abisso mi ha avvolto, l’alga si è avvinta al mio capo. Sono sceso alle radici dei monti, la terra ha chiuso le sue spranghe dietro a me per sempre. Ma tu hai fatto risalire dalla fossa la mia vita, Signore mio Dio. Quando in me sentivo venir meno la vita, ho ricordato il Signore. La mia preghiera è giunta fino a te, fino alla tua santa dimora. Quelli che onorano vane nullità abbandonano il loro amore. Ma io con voce di lode offrirò a te un sacrificio e adempirò il voto che ho fatto; la salvezza viene dal Signore». Giona . E il Signore comandò al pesce ed esso rigettò Giona sull’asciutto.

L’uomo che resiste a Dio precipita inevitabilmente in basso (all’opposto), fino al fondo, negli inferi, nella morte, nell’abisso di cui le profondità del mare ed il ventre del pesce sono simbolo evidente. Giona trova infine il coraggio di pregare e il Signore, che comanda anche alle bestie del mare, fa in modo che egli venga ricondotto incolume alla soglia della sua missione interrotta dalla sua disobbediente volontà .

Il simbolismo racchiuso nel racconto di Giona ed accostato da Cristo stesso alla sua vicenda di sacrificio, morte e resurrezione contiene in effetti molte analogie di significato valide non solo per il passato, ma utili per cercare di intuire il futuro. Naturalmente, stante la differenza tra Giona: uomo, figlio di Adamo e il Cristo, Figlio dell’uomo e Figlio di Dio, saranno diverse le relazioni particolari tra il soggetto e la volontà di Dio e perciò vedremo Giona inizialmente reticente al richiamo divino al confronto di Cristo che, invece, accetta sempre la volontà di Dio su di Sè, fino alla morte. Dobbiamo anche rilevare che Giona, che è uomo evidentemente debole, viene salvato da Dio, mentre Cristo che è uomo perfetto, forte nello Spirito (senza macchia), salvatore dell’umanità viene sacrificato, ma anche glorificato e risuscitato. Questo fatto che deve essere accostato ad un altro analogo comportamento di Dio nei confronti dell’uomo spiega a chi può capirlo qual’è la logica d’amore che guida l’agire di Dio nei nostri confronti, vista la nostra debolezza. Il fatto che vien naturale richiamare in questi caso è la richiesta fatta da Dio ad Abramo di sacrificargli il suo figlio Isacco [cfr. Genesi 22, 2], vicenda che invece si risolse col sacrificio dell’ariete impigliato nelle spine, evidente prefigurazione del Cristo a venire.

– Ed ecco scatenarsi nel mare una tempesta così violenta che la barca era ricoperta dalle onde; ed egli dormiva. Allora, accostatisi a lui, lo svegliarono dicendo: «Salvaci, Signore, siamo perduti!».
Matteo 8, 24-25

Possiamo poi cogliere soltanto un’analogia esteriore tra Giona che dorme profondamente su una imbarcazione in mezzo al mare in tempesta col Cristo che dorme durante la tempesta in Matteo e Marco. Entrambi sono inviati da Dio, ma il profeta sta fuggendoLo anche col torpore del sonno, mentre il Cristo riposa nella sua consapevolezza di essere nella Volontà e nelle mani di Dio. Per entrambi, sebbene con modalità e tempi diversi si appressa il momento del sacrificio, un sacrificio che salverà comunque la vita a molti pagani, a molti peccatori, un sacrificio che prevede però il ritorno alla vita della vittima. Possiamo dire che la vicenda di Giona rappresenta simbolicamente il sacrificio dell’umanità resosi necessario a causa della sua durezza verso la volontà di Dio, mentre il sacrificio di Cristo, pure necessario alla salvezza, è un grande dono d’amore di Dio. Tutti e due i sacrifici conducono infine alla salvezza dell’uomo terrestre creato da Dio procurando la sua conversione.

In base a tutto ciò, ho ragione di ritenere che la vicenda di Giona sia anche una valida chiave di lettura ed un preannuncio della Parusia, del ritorno del Signore, secondo quanto ha detto: «Una generazione perversa e adultera pretende un segno! Ma nessun segno le sarà dato, se non il segno di Giona profeta
Matteo 12, 39.

Abbandonando il rimanante testo di Giona, del quale è più che esauriente la sipegazione riportata nell’articolo, vorrei ora discutere questo aspetto inedito.

Analizzando i simboli in chiave escatologica ed alla luce delle vicende della chiesa che è stato possibile analizzare solo recentemente, viene naturale accostare il grosso pesce capace di inghoittire per due giorni il profeta di Dio, cioè la Sua voce, al cristianesimo secolare dei due millenni trascorsi. Il simbolo dei crisitiani iniziali era appunto il pesce quale segno di riconoscimento fra loro. Quando il Cristo afferma che alla generazione adultera e malvagia non sarà dato altro segno che quello di Giona predice, allo stesso tempo, un concetto di valore generale che anche Giovanni nell’Apocalisse [Apocalisse 11,3], afferma, parlando della morte e resurrezione dei due testimoni di Dio. In pratica si afferma che la voce di Dio recata da Cristo agli uomini, subirà una sorta di “TUMULAZIONE”, di “UCCISIONE”, di “SOTTERRAMENTO”, verrà resa impotente ad opera degli uomini impuri, del maligno e della comunità (Babilonia), ma che alla fine, dopo due giorni, o due millenni, risorgerà, nel terzo giorno, per il suo trionfo. Così è avvento a Giona, così è avvenuto al Cristo, così avviene ancora al Cristo ed alla Parola di Dio che fu affidata all’umanità or sono duemila anni. Il Segno della “resurrezione di Giona” predetto dal Messia sarà perciò l’avvento del Regno di Cristo in terra di cui è possibile dettagliare ulteriori, importanti particolari nell’Apocalisse di Giovanni.

Giona, figlio delle Mie Verità

di Rav Roberto Della Rocca

Rabbino Capo di Venezia

Articolo pubblicato su “La Rassegna Mensile di Israel” – n.3 (Terza Serie) Settembre – Dicembre 1994.

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Il libro di Giona è il quinto della serie dei dodici profeti minori, i Terè Asar.

Il libro è unico nel suo genere, non solo per la sua brevità – è infatti composto di soli 48 versi – ma anche perché, diversamente da altri libri profetici, in cui sono riportate le parole dei Neviim, il libro di Giona è incentrato sul racconto, di un’avventura, accaduta al personaggio come in un romanzo.

Eppure questa storia, assurta ad esempio di linguaggio simbolico e universale, è divenuta il libro della Teshuvàh – pentimento, ritorno, risposta – per antonomasia tanto da essere letta ogni anno come Haftarà (brano profetico) durante la Tefillàh di Minchàh (preghiera pomeridiana) del Giorno di Kippur al crepuscolo, nella suggestiva attesa del canto finale della Neilàh (preghiera conclusiva).

La storia ha inizio quando Dio ordina ad un certo Giona, figlio di Amittai, di recarsi a Ninive per avvertire gli abitanti di pentirsi se non vogliono che la loro città venga distrutta nel giro di quaranta giorni.

Giona non può fare a meno di ascoltare la voce di Dio e perciò stesso è un profeta. Ma egli è un profeta involontario che sebbene sappia che cosa dovrebbe fare, cerca di sottrarsi al comando di Dio (o come si potrebbe anche dire, alla voce della sua coscienza).

Si racconta che Giona scende al porto di Giaffa ove trova una nave che avrebbe dovuto portarlo a Tarshish, località in direzione opposta rispetto a Ninive. Ma in mezzo al mare si scatena una tempesta e, mentre tutti gli altri sono agitati e impauriti, Giona scende nel ventre della nave e piomba in un sonno profondo. I marinai credono che Dio avesse suscitato la tempesta per punire qualcuno che si trovava sulla nave, svegliano Giona, il quale confessa che stava cercando di sfuggire al comando di Dio. Egli dice loro di prenderlo e di gettarlo in mare e che in tal modo i flutti si sarebbero placati.

I marinai dopo aver tentato ogni altro mezzo prima di seguire il suo consiglio, rivelando così un notevole senso di umanità, alla fine prendono Giona e lo gettano in mare, e la tempesta immediatamente si placa.

Il profeta immediatamente viene inghiottito da un grosso pesce e rimane nel ventre di esso per tre giorni e tre notti. Egli prega Dio di liberarlo da quella prigione. Dio fa sì che il pesce vomiti Giona sulla terra ferma, quindi Giona va finalmente a Ninive, adempie al comando di Dio e salva così gli abitanti della città.

La storia è narrata come se questi avvenimenti fossero realmente accaduti, invece è stata scritta in un linguaggio simbolico e tutti gli avvenimenti realistici in essa descritti rappresentano le esperienze interiori del protagonista. Troviamo una serie di simboli che si susseguono l’un l’altro: salire sulla nave, scendere nel ventre di essa, cadere addormentato, trovarsi in mare, e quindi nel ventre del pesce. Tutti questi simboli stanno per la medesima esperienza interiore: per al condizione di trovarsi protetto, isolato e distaccato da ogni comunicazione con gli altri esseri umani. Sebbene il ventre della nave, il sonno profondo, il mare e il ventre del pesce siano nella realtà diversi l’uno dall’altro, essi sono tuttavia espressioni della medesima esperienza interiore, cioè della fusione dei concetti di fuga e di isolamento.

Nella storia manifesta gli avvenimenti si verificano in una successione di spazio e di tempo: prima scendere nel porto di Giaffa poi scendere nel ventre della nave, poi addormentarsi, poi essere gettato in mare, poi essere inghiottito dal pesce ecc. Sono tutti avvenimenti che si succedono l’uno all’altro e, sebbene alcuni siano ovviamente irreali, il racconto ha una sua coerenza logica in termini di tempo e di spazio. Ma se noi riusciamo a comprendere che la Bibbia non intende raccontarci la storia di avvenimenti esterni bensì la storia di un’esperienza psicologica e religiosa di un uomo virtuale combattuto fra la sua coscienza e il desiderio di sottrarsi al richiamo di Dio e quindi della sua voce interiore, diviene chiaro che il susseguirsi delle varie azioni esprime un identico stato d’animo del protagonista e che la successione temporale denota una crescente intensità del medesimo sentimento. L’apparente semplicità della storia di Giona è molto ingannevole poiché dietro alla causalità degli eventi dove ogni fatto è causato da un fatto anteriore (Giona vuole andare inoltre mare perché desidera fuggire Dio, cade addormentato perché stanco, è gettato in mare perché si suppone che egli sia la causa della tempesta, e infine è inghiottito nel pesce perché nel mare ci sono pesci che mangiano gli uomini), c’è una logica diversa: i vari avvenimenti sono collegati l’uno all’altro per mezzo della loro associazione con la medesima esperienza interiore.

L’imperativo di Dio espresso con Lech è lo stesso che Egli rivolse ad Abramo (Genesi, 12;1) e che continua a rivolgere a ognuno di noi per sollecitarci a un moto incessante, a un dinamismo senza interruzione. Che Giona è un profeta non ci viene detto esplicitamente: forse perché in fondo, egli è un uomo come noi e la sua storia è la nostra stessa storia; tuttavia come spesso accade nella Bibbia, anche qui è già il nome del personaggio a segnalarne il carattere e la missione. Jonàh è la colomba, incontrata nella storia del diluvio e divenuta simbolo di pace. Questo nome zoomorfo, però già attribuito al popolo ebraico (Osea, 7;11), sta anche a denotare un individuo titubante, “sballottato” proprio come un volatile.

La radice della parola Jonàh, I-N-H, ha un ulteriore significato : oppressione e fuga.

Tutto questo può essere letto come una significativa introduzione al personaggio e alla sua vicenda. Giona

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Infine è bene riportare quanto affermato da Agostino nella Lettera 102 poiché di grande interesse anche riguardo all’interpretazione dei simboli:

Giona figura di Cristo risorto.

34. Ma perché mai indaghiamo il motivo per cui il cetaceo restituì vivo dopo tre giorni il profeta Giona da esso inghiottito, dal momento che ce ne dà la spiegazione Cristo in persona? Questa generazione – egli dice – chiede un segno, ma non le sarà dato altro segno che quello del profeta Giona. Come infatti Giona stette tre giorni e tre notti nel ventre del pesce, così il Figlio dell’uomo starà tre giorni e tre notti nel cuore della terra 24. In qual modo poi siano da contare i tre giorni della morte di Cristo, cioè prendendo il tutto per la parte quando si tratta del primo e dell’ultimo, in modo che siano computati tre giorni interi con le relative notti, sarebbe troppo lungo discutere; del resto è stato spiegato molte volte in altri discorsi. Come Giona, dunque, dalla nave precipitò nel ventre del cetaceo, così Cristo dal legno della croce discese nel sepolcro e nell’abisso della morte. E come Giona si sacrificò per salvare i marinai ch’erano in pericolo a causa della tempesta, così fece pure Cristo per gli uomini viventi tra i flutti agitati di questo mondo. Parimenti, come dapprima fu ordinato a Giona di predicare agli abitanti di Ninive, ma la sua predicazione non giunse loro se non dopo ch’egli fu rigettato dal cetaceo, così il messaggio profetico destinato ai pagani non giunse loro se non dopo la risurrezione di Cristo.

Simbolismo dell’edera, dell’ombra e del verme.

35. Col fatto poi che Giona si costruì un padiglione e vi si attendò di fronte alla città attendendo che cosa le sarebbe capitato, il profeta mostrava un altro aspetto del simbolo da lui rappresentato e relativo al popolo carnale d’Israele. Questo infatti provava rincrescimento per la conversione dei Niniviti, ossia per la redenzione e la salvezza dei pagani. Ecco perché Cristo venne a chiamare alla penitenza non i giusti, ma i peccatori 25. L’ombra quindi della zucca sulla testa di Giona simboleggiava le promesse, oppure le stesse prescrizioni ed osservanze dell’Antico Testamento, nelle quali, al dire dell’Apostolo, era la prefigurazione delle realtà future 26, mostrando il riparo che avremmo avuto dalla vampa dei mali temporali nella terra promessa. Il verme mattutino poi, che fece seccare la zucca rodendola, è un altro simbolo di Cristo, dalla cui bocca fu divulgato il Vangelo, per cui tutte le prescrizioni temporali, vigenti presso gl’Israeliti come altrettante prefigurazioni simboliche, sono diventate ormai inutili, prive come sono d’ogni forza. Inoltre quel popolo, perduto il regno di Gerusalemme, il sacerdozio e il sacrificio (tutte prefigurazioni del futuro), si sente ora come bruciato dalla vampa della tribolazione per essere disperso e schiavo, come – al dire della sacra Scrittura – Giona dalla canicola era tormentato atrocemente 27; eppure Dio si preoccupava non tanto del suo dolore e dell’ombra da lui desiderata, quanto della salvezza dei pagani e delle altre persone che fanno penitenza.

Simbolismo del verme.

36. E sghignazzino ancora i pagani e ci scherniscano con ancor più superba petulanza per il fatto che un verme è simbolo di Cristo e per la spiegazione da me data di tale allegoria profetica, fino a quando non li distrugga insensibilmente e a poco a poco lo stesso verme. Poiché ha rapporto con questi cotali la predizione d’Isaia, per bocca del quale Dio ci dice: Ascoltatemi, voi che conoscete la giustizia, o popolo mio, tu che hai la mia legge nel cuore; non temete gli obbrobri degli uomini, non abbiate paura dei loro oltraggi e non fate gran conto che vi disprezzino. Poiché saranno consumati dal tempo come un vestito, saranno divorati come la lana dalla tignola, mentre la mia giustizia rimane in eterno 28. Noi dunque riconosciamo il verme del mattino: poiché anche nel salino intitolato Per l’aiuto del mattino, Cristo s’è degnato di attribuirsi questo nome dicendo: Io sono un verme e non un uomo, l’obbrobrio degli uomini e il rifiuto della plebe 29.Quest’obbrobrio è di quelli che ci si comanda di non temere per bocca dello stesso Isaia: Non temete gli obbrobri degli uomini 30. Da questo verme sono distrutti, come da una tignola, coloro i quali, con loro stupore, sotto il dente del suo Vangelo sono assottigliati e ridotti a un numero ogni giorno minore. Noi però riconosciamolo, e, per ottenere la salvezza da Dio, soffriamo pure gli oltraggi degli uomini. Cristo poi è verme per la bassezza della sua carne e forse pure per esser nato dalla Vergine. Il verme infatti generalmente nasce dalla carne o da qualunque altra materia della terra senz’accoppiamento carnale. È poi verme del mattino perché è risorto al sorgere del giorno. Va da sé che quella zucca sarebbe potuta seccare anche senza l’azione del verme. Infine, anche se Dio aveva necessità d’un verme per farla seccare, che bisogno c’era d’aggiungere l’attributo “mattutino”, se non perché si riconoscesse in quel verme Colui che nel salmoPer l’aiuto del mattino canta: Io sono un verme e non un uomo?

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3 commenti

  1. blue cigs said,

    aprile 6, 2013 a 3:20 am

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    a user in his/her mind that how a user can know it. Thus that’s why this piece of writing is amazing. Thanks!

  2. Pietro said,

    marzo 24, 2011 a 7:28 pm

    Sono del parere che il brano del Segno di Giona riportato nei Vangeli di Matteo e di Luca é anche una profezia.
    Tale profezia si concatena alla seconda parte del testo in cui parla della regina del mezzogiorno.

    • marzo 24, 2011 a 7:40 pm

      Ciao, vorresti illuminarmi meglio? Sono d’accordo riguardo alla profezia ma mi sfugge il collegamento che fai con la regina del mezzogiorno.
      Inoltre vorrei chiedere a te – ma lo farei con tutti coloro che visitano questa pagina – come mai essa gode di così grande popolarità? Infatti sono molti che cercano spiegazioni sul segno di Giona e giungono qui coi motori di ricerca. Mi piacerebbe che qualcuno mi spiegasse il mistero.


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