La Legge e il rito


Parlando di riti e rituali, di liturgie, di sacre celebrazioni, dobbiamo rilevare la grandissima varietà di forme d’espressione e realizzazione degli stessi, contestualmente al grande numero di credenze, culture, religioni, tradizioni, rivelazioni, scopi che li hanno prodotti, tramandati, sviluppati nel tempo. Parrebbe una foresta infinita eppure il mio parere è che, sempre, siano catalogabili in base a pochi criteri generali e funzionali, cui tutti immancabilmente obbediscono.

Cosa si intende per rito:

  • Con il termine rito (o rituale) si intende ogni atto, o insieme di atti, che viene eseguito secondo norme codificate. I riti sono strettamente connessi con la religione, il mito (si dice che il rito riassume e riattualizza il mito) e la sfera del sacro: ogni rito religioso svolge la funzione di rendere tangibile e ripetibile l’esperienza religiosa, sottraendola alla dimensione tutta privata della mistica. (Tratto da Wikipedia)

L’origine del rito

  • E’ probabile che la pratica rituale tragga le sue origini fin dai primordi dell’esistenza umana ovvero quando l’uomo creato da Dio era in stato di grazia ed armonia col Creatore. E’ verosimile che allora ogni gesto di Adamo fosse, in quanto espressione di un potere e di una volontà reali,  seguito da effetti concreti sulla creazione all’uomo interamente assoggettata da Dio.

Genesi 1:26 E Dio disse: «Facciamo l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza, e domini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutte le bestie selvatiche e su tutti i rettili che strisciano sulla terra».

  • La reminiscenza di questo stato di autorità innata, in seguito perduto a causa del peccato e non ancora recuperato, ritengo sia il movente che ancora spinge l’uomo a celebrare spesso compulsivamente, ed alla cieca i suoi riti per gli scopi più disparati. Molto spesso, infatti, è vero che il rito assume per l’uomo una valenza sedativa, tranquillizzante, protettiva, scaramantica nei confronti dell’azione di forze occulte e naturali, che per la loro non controllabilità e potenza costituiscono fonte di minaccia o preoccupazione per  l’esistenza umana.

Lo scopo :

  • Ogni rito nasce e viene celebrato con una funzione precisamente dichiarata e per ottenere in fine ben preciso; i principali sono catalogabili in base alla loro funzione principale: iniziazione, espiazione, ringraziamento, propiziazione, consacrazione, sacrificio.

I piani d’azione

  • Guardando attentamente, possiamo distinguere in ogni rito una forma ed una sostanza, una valenza esteriore, suggestiva ed una interiore, spirituale; possiamo classificarne l’azione o la potenza, che possono essere volte in ambito relativo e circoscritto oppure infinito ed universale.
  • E’ facile desumere che nel primo ambito, cioè quello circoscritto, interno per così dire, il rito possa più facilmente sortire gli effetti dichiarati in quanto, intrinsecamente, obbliga la comunità stessa a favorirli ed attuarli in ogni modo. E’ molto facile, ad esempio, che se qualcuno o, ancor meglio un membro di essa, viene pubblicamente riprovato o innalzato dal sacerdote o dal leader, la comunità stessa si senta anche inconsciamente vocata a realizzare, ad assecondare in pratica questa suggestione, aggiungendo del suo, affinchè la realtà dei fatti sia sottomessa, conformata a quella precisa indicazione, magari ancor più solennemente espressa con l’atto rituale della benedizione o della maledizione, meglio se in nome di Dio e di un suo equivalente. Così facendo, la comunità ritiene di onorare la figura dell’officiante e attraverso di esso, il volere della divinità in causa. Ciò inoltre rinsalda i legami e la coesione fra appartenenti alla stessa comunità. E’ evidente quindi che, secondo queste condizioni, la potenza del rito in ambito relativo, è determinata dalla qualità e dall’intensità dell’accoglimento dei suoi significati, cioè della fede riposta in essi da parte di un organismo collettivo (la comunità appunto), che opera da amplificatore e da attuatore. Più essa saprà essere monolitica e concorde con l’officiante, più il rito sarà, di conseguenza, efficace. Naturalmente, e non in secondo piano, anche l’officiante deve godere di un vincolo di profonda unione, ascendente e corrispondenza con la sua comunità affinchè la sua intenzione possa sperare di realizzarsi. Così  per il rito di iniziazione la cui unica funzione, in definitiva, è quella di consentire all’iniziando di dimostrare, superando delle prove prestabilite, compiendo atti che lo coinvolgono opportunamente,  di essere idoneo, pronto, maturo, deciso ad entrare nel consesso di chi lo può provare, giudicare ed accettare.
  • Questa efficacia del rito in ambito circoscritto è poi riscontrabile anche a livello individuale dove, forse più che in ogni altro luogo, l’azione di un rito, anche auto celebrato, è in grado di generare effetti talvolta poderosi ed apparentemente miracolistici. L’esempio più significante è dato dalla forza di suggestione e da quello che riesce ad ottenere oggettivamente, anche a livello fisico, su un organismo che le sia reso soggetto.
  • Ed infatti, anche nel caso dell’individuo solo, valgono le stesse regole di reiterazione degli atti e delle formule verbali, secondo modalità precisamente codificate per ottenere i migliori effetti.
  • Anche per praticare la suggestione, sia individuale, sia collettiva, si utilizzano dunque delle pratiche codificate ovvero dei rituali. Possiamo quindi affermare tranquillamente che la suggestione è uno dei principali motori di un rituale per l’efficacia  in ambito ristretto e relativo.
  • Questo è certamente il piano meno importante e determinante universalmente dove il rito può agire e tuttavia, esso risulta essere inizialmente necessario, come vedremo bene più avanti, per portare la coscienza dell’uomo alla pienezza della luce (o della tenebra, nel caso opposto). La forma o “l’abito” suggestivo del rito comprende perciò anche le azioni cosiddette magiche, trattandosi infine di pure suggestioni che riescono qualche volta e per vie tortuose qui non illustrabili in dettaglio, ad avere una efficacia operativa sull’animo, sulla psiche e conseguentemente sulla realtà vitale di alcuni individui. Il rito in questa forma ha molto da condividere col mondo pagano e se, proprio per questo fatto, ben può servire, inizialmente, per cominciare a parlare di realtà superiori ad un uomo interiore abbrutito e lontano dalla Verità, non può, in questo modo e limitandosi a questa forma, condurlo a perfezione, portarlo al compimento dell’opera.
  • Perciò un rito deve necessariamente avere anche un’altra funzione ben superiore per importanza, un altro modus operandi che ne fa un attivo mezzo di trasformazione costruttiva o demolitiva dell’uomo e della sua coscienza.
  • Se affermo che decidere coscientemente di compiere il bene o il male è IL RITO per eccellenza non credo di sbagliare. Cosa ci può dare i confini anche approssimativi del bene e del male se non il confronto delle nostre azioni con la Legge di Dio? E la Legge di Dio non coinvolge in prima persona tutti gli uomini fra loro, il loro eguale diritto alla vita, il fatto che tutti discendono da uno solo e sono quindi fratelli? Anche il diritto alla giustizia è inalienabile per tutti! Può infatti esservi giustizia per alcuni senza che sia giustizia anche per gli altri? Che la Legge di Dio sia veritiera, intramontabile ed esatta si dimostra da se, proprio perchè considera gli altri, tutti, con giustizia. Chi capisce e sa queste cose eppure, avendone il potere di farlo, agisce contro l’uomo per prorio vantaggio è bene che sappia di compiere un rito ben preciso; egli compie semplicemente, anche se in forma dilazionata o inapparente, niente altro che un sacrificio umano. Già, se spogliamo ad es. le messe nere dell’abito teatrale, suggestivo, immaginifico, sessualmente ripugnante, lurido, drogato, potremmo scoprire che anche chi veste elegantemente e parla d’affari, di cultura o di lavoro le celebra abitualmente magari dietro la propria scrivania o in mezzo alla società tutti i giorni come un rito perenne del proprio essere: il sacrificio programmato e lucidamente calcolato di altri suoi simili per proprio vantaggio vitale. In questo esempio non è presente alcun aspetto suggestivo, teatrale, pubblico, liturgico del rito, qui non si vedono caproni danzanti, ostie profanate, croci capovolte, eppure c’è senza dubbio vero satanismo spirituale. In tal caso l’ostia profanata è l’uomo stesso:il prossimo, l’altro, l’innocente, il debole, l’orfano, la vedova, che pare non abbiano difesa  nel mondo e Dio attraverso di loro. La croce capovolta è il principio di carità estremizzato all’opposto: non mi sacrifico per l’altro, ma sacrifico l’altro a me! Questa è legge sacrale per coloro che adorano questo dio infame che spesso non ha nome, o ne ha anche troppi, ma viene adorato più estesamentedi quanto non si creda. Non vi è omicidio rituale, cruento, evidente, immediato, scenico, ma la legge della morte seguirà sicuramente il corso e l’istruzione che ha ricevuto da quella persona e qualcuno morirà, magari a tratti, un po’ alla volta, in modo indiretto e per le cause più impensabili. Quando sentiamo ad es. notizie agghiaccianti di bambini rapiti ed assassinati al solo scopo di fornire organi da trapiantare a qualche superuomo che può permettersi di pagare molto e non accetta, nella sua sconfinata arroganza, il limite alla propria vita postogli dalla natura, abbiamo solo una idea assai parziale di cosa questa religione oscura, celata nel cuore dell’uomo, possa produrre e generare anzi, ha prodotto e genera tuttora. Basti poi sapere che in ogni aspetto della vita è, per chi lo desiderasse, possibile applicare questo principio di distruzione per vivere e crescere in forza del male fatto ad altri. In ciò io colloco l’efficacia sostanziale e non formale del rito che si traduce effettivamente in vita o morte spirtuale dell’uomo che lo pratica, nel sacrificio cristiano o nel sacrificio satanico!
  • Così, anche agire bene, per il bene, è un rito, una legge di vita che, come l’opposta, produce modificazioni indelebili nell’animo dell’uomo, cioè lo tramuta attivamente in un altro essere atto dopo atto.
  • Io credo si possano assimilare i due aspetti e piani di azione del rito all’innamoramento ed all’unione di due persone che, incontratesi, decidano d’amarsi. Nella nostra considerazione esse simboleggiano l’uomo e la Legge di Dio (ma il principio vale egualmente per la legge del male). Così come i due fidanzati inizialmente utilizzano un linguaggio ed un rituale di corteggiamento assai formale, dove il rispetto reciproco causa anche una certa prudenza e timore nel dichiararsi, tal quale anche la Legge divina nel momento in cui si presenta ed inizia a farsi conoscere dall’uomo. In seguito, col procedere della conoscenza reciproca, della convivenza e confidenza, l’intimità che sopraggiunge fra i due occupa un posto sempre più preponderante rispetto alla fase del corteggiamento rituale iniziale il quale sfuma poco a poco e non diventa più obbligo, necessità, ma rimane ai due come facoltà. Esso infatti non può, causa i suoi limiti, condurre direttamente all’unione sponsale ed al concepimento del figlio. Il corteggiamento è sì servito ad avvicinare ed unire inizialmente i due fidanzati, ma per compiere effettivamente il fine dichiarato è stato necessario che i loro amore, pur interamente e veracemente dichiarato fin dall’inizio, assumesse un’altra forma, meno visibile esteriormente, ma sola in grado di compiere l’unione dei due in una sola carne; nel figlio appunto. Più sostanza e meno forma; più spirito e meno cerimonie, fermo restando che la Verità dell’Amore fra Dio e uomo è la medesima e fu annunciata fin dal principio.
  • Alla luce di questo ragionamento, proviamo ad esaminare il brano seguente e vediamo cosa se ne può desumere applicandolo allo stesso:

Esodo 12:14 Questo giorno sarà per voi un memoriale; lo celebrerete come festa del Signore: di generazione in generazione, lo celebrerete come un rito perenne.

  • Questo versetto che si rifà al comando di commemorare la liberazione di Israele dall’Egitto per intervento di Dio ha indubitabilmente il valore di una precisa prescrizione divina, ma non solo. Secondo il mio modo di intendere ed il ragionamento accennato più sopra ha anche valore di predizione certa, di annuncio per il futuro cioè a significare che allorquando sarà apertamente manifesto e compiuto il regno dei cieli nell’umanità, o, singolarmente nell’uomo, sempre sarà festa del Signore perché sempre si avrà coscienza piena e consapevole che solo Lui è il Liberatore. Non solo Israele, a quel punto, ma tutto l’Israele escatologico, la Nuova Gerusalemme,  lo celebrerà vivendolo non già come una imposizione  o un istruzione dall’esterno, ma come parte naturale e indispensabile della propria esistenza. In questo modo, precisamente, non viene meno un segno o uno iota della Legge finché non sia compiuto. La Legge di Dio può dirsi appunto compiuta soltanto quando ha ottenuto ed occupato il posto naturale e proprio che le spetta da sempre nel cuore dell’uomo! Solo in quel luogo la Legge Divina può generare figli di Dio come dice il Signore:

Geremia 31:33 Questa sarà l’alleanza che io concluderò con la casa di Israele dopo quei giorni, dice il Signore: Porrò la mia legge nel loro animo, la scriverò sul loro cuore. Allora io sarò il loro Dio ed essi il mio popolo.

  • Solo in quel luogo, di cui l’Arca dell’alleanza era prefigurazione, la Legge, la Torah è destinata a vivere in eterno, senza più obbligo di alcuna forma rituale perché l’uomo stesso è divenuto in tutta la sua vita rito eterno e vivente.

Geremia 31:34 Non dovranno più istruirsi gli uni gli altri, dicendo: Riconoscete il Signore, perché tutti mi conosceranno, dal più piccolo al più grande, dice il Signore; poiché io perdonerò la loro iniquità e non mi ricorderò più del loro peccato».

  • Ecco perché la forma rituale, cerimoniale, suggestiva ed anche la sua utilità di rimembranza ed insegnamento è destinata a diminuire nel tempo pur senza che venga abolito uno iota o un segno della Legge; e con essa tramonterà il vecchio sacerdozio, come afferma anche Paolo (Lettera agli Ebrei) in diverse occasioni e con molti ragionamenti consonanti.
  • Da questo possiamo dunque concludere quale sia il vero rito o il suo aspetto con valenza spirituale, cioè la più profonda e determinante in grado di evolvere e trasmutare l’uomo in maniera sempre più conforme alle volontà di Dio. Scopriamo che esso diviene tanto più efficace quanto più  viene svincolato dalla propria forma o abito cerimoniale che assume, a questo punto, solo un valore di istruzione simbolica, di raffigurazione, di rimembranza testimoniale di qualcosa di enormemente più profondo e cardinale e che il celebrarlo nella forma antica diviene così una facoltà liberamente esercitabile a discrezione di un uomo che in Dio ha concretamente ritrovato la sua vera libertà. Non è più un servo che deve obbedire ciecamente ed imperfettamente al Signore, ma un figlio di Dio che con Lui può interloquire liberamente.

2 commenti

  1. novembre 21, 2009 a 7:28 pm

    Mi fa davvero piacere essere di una qualche utilità e ti ringrazio del commento; l’aspetto riguardante la trasmutazione delle forme pur rimanendo invariata l’identità o l’oggettività del soggetto che la manifesta è un concetto ricorrente, oserei dire normale in natura. L’esempio più classico è quello dell’uovo, bruco, crisalide, farfalla: molte forme per tratti differenti di una stessa esistenza con esigenze di volta in volta diverse ed una sola strategia: la sopravvivenza della specie. Non vedo perché la Verità non possa analogamente mostrarsi nell’abito che più le è utile e necessario, di volta in volta per poter vivere ed affermarsi nell’uomo sopravvivendo alle molte trappole operate dalla menzogna.
    A risentirci

  2. Mr.Loto said,

    novembre 21, 2009 a 2:09 pm

    Ho trovato molto interessante l’argomento che hai affrontato; mi è capitato più volte di interrogarmi in passato sul valore dei rituali religiosi comparati alla vera applicazione quotidiana di quello che celebrano…la similitudine con il “corteggiamento” semplifica il concetto e lo rende davvero chiaro.
    Un saluto.


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