La transustanziazione del pane


E’ più che verosimile che tutta la dogmatica dell’eucaristia e della transustanziazione del pane sia soltanto un colossale, perfino incredibile (ma possibile), equivoco costruito unicamente sulle parole del Cristo nell’ultima cena. Tale “malinteso” tuttavia, è molto salutare e costituisce, nella più dolce delle ipotesi, prova inequivocabile della insussistenza o della “sordità” spirituale di tutti coloro che l’hanno costituito e mantenuto a sacramento nelle forme pretese dalle chiese cristiane, riuscendo ad ingannare molti di coloro che, come bambini, hanno creduto in buona fede. Ma l’uomo non può rimaner per sempre bambino! Ho già spiegato, con riferimento al Deuteronomio (distinzione tra animali puri ed impuri che si possono o non si possono mangiare), che il termine “mangiare” è biblicamente adottato, in moltissimi casi, quale sinonimo di “unire” (vedi lettera di Barnaba), è un modo per fare “entrare e vivere in se” i principi nutritivi del cibo, della conoscenza , dello spirito, così come altrove viene usato, con eguale intento, il termine “seminare”, riferito alla Parola di Dio manifestata agli uomini. Cristo, narrano i vangeli, aveva un modo caratteristico di spezzare il pane, tanto che i discepoli di Emmaus lo riconobbero non dall’aspetto, ma proprio per il modo in cui lo videro dividere il pane. Cfr. Luca 24, 32-35. Ma nessuno ha mai descritto quale fosse! Ed è assolutamente superficiale e stupido ritenere che potesse essere ricondotto unicamente ad un caratteristico modo gestuale che chiunque avrebbe potuto imitare. Ora, pensiamo per un attimo che il Signore, durante l’ultima cena, stesse insegnando e rimarcando ancora, agli apostoli, un concetto, un segreto spirituale difficilissimo da capire, importantissimo, l’ultima raccomandazione, prima di partirsene. Pensiamo anche che tale segreto, via per partecipare della Vita eterna, non doveva cadere assolutamente in mani indegne, né essere mai veramente inteso da spiriti impuri in ogni tempo, (ad es., Giuda, che era ugualmente presente ed ascoltava tutti gli insegnamenti del Maestro). E dunque che fece Gesù? Prese del pane dalla tavola, lo benedisse come consuetudine, lo spezzò e lo diede loro dicendo: questo è il mio corpo […] fate questo in memoria di me… Ora, esistono solo due possibilità di interpretazione di questo fatto evangelico e di queste parole, che noi crediamo essere assolutamente veraci. O il Maestro intendeva affermare l’identità effettiva e ritualmente ottenuta tra il suo corpo e il pane testè consacrato, come la chiesa ritiene ed impone dogmaticamente di credere da sempre, oppure quel pane materiale, distribuito agli amici e fatto loro mangiare, era solo il simbolo di qualcosa; in tal caso la dogmatica del sacramento “eucaristia” sarebbe integralmente da prendere e buttare, con tutto quello che è stato prima, dopo, durante e occorrerebbe, naturalmente, che l’uomo avesse a trarne tutte le vastissime e sconvolgenti deduzioni, dovute e non più ignorabili.

Non implica poi così grande sacrificio (anzi è molto comodo dopotutto), il credere che Dio può tutto e quindi potrebbe effettivamente operare una transustanziazione del pane come la chiesa pretende, durante la messa, ma è importante saper valutare e chiedersi: a chi giova? A che pro? Il sacrificio potrebbe invece consistere nel fatto che una volta accettato per buon questo dogma, colei che lo ha formulato ed imposto sarebbe libera di andare e venire come vuole dal nostro cuore, ed è un sacrificio che non si può chiedere lecitamente a nessuno se prima non gli si è dato il modo di riconoscere in tutta coscienza e verità a chi è volto veramente. A tal fine essa si è abilmente sostituita a Cristo, ma ingannerà, in fondo, solo tutti coloro che il vero Cristo in verità lo odiano e non lo hanno mai voluto conoscere, coloro che ricercano un Cristo-idolo, comodo al loro uso e consumo, malgrado abiti, certificati, aureole e insegne luminose attestanti l’esatto contrario. A tal fine, nemmeno Dio ha preteso di esercitare una simile violenza sulla coscienza dell’uomo, tanto è vero che gli ha concesso, a questo fine, due millenni di tempo ed ancora, a ciascuno, tutto il tempo che sarà davvero utile e necessario. Già col lievito dei farisei Cristo ebbe a lanciare questa “carta” del pane con gli apostoli ed essi allora come oggi non compresero subito come Egli in realtà stesse parlando, pur pronunciandosi quanto a pane e lievito, di tutt’altra cosa ovvero della dottrina ipocrita dei farisei. Usò quindi, come faceva quasi sempre insegnando, un simbolo, una similitudine per indicare una cosa certo vera, corrispondente e reale, ma di tutt’altra natura! Egualmente operava insegnando in parabole i misteri del regno di Dio perché, diceva che ad alcuni (coloro che sono strettamente e spiritualmente suoi fedeli) è dato d’intendere i misteri del Regno, ma ad altri, data la loro durezza di cuore, non è concesso comprenderli, quantomeno allo stato presente. E quelli che non potevano intendere quei misteri non erano rigidamente ed esteriormente etichettabili come apostoli o non-apostoli, discepoli o non-discepoli, credenti o non-credenti poiché sappiamo bene che molti fra il popolo e i pagani, pur non essendo apostoli, credettero veramente in Lui, e fra gli apostoli e i discepoli, invece, si trovavano, fra l’altro, un traditore, un rinnegatore, e gente dalla dura cervice che non riusciva sovente a comprendere completamente quell’insegnamento altissimo e spirituale. Tuttavia quell’insegnamento, doveva essere donato all’uomo, in qualche maniera e portato avanti fedelmente nel tempo e nello spazio fino al momento in cui quelli che non lo avevano capito prima si rendessero conto, fino in fondo alla coscienza, dei loro errori, viceversa portassero a compimento il loro rinnegamento personalmente o anche tramite i propri discendenti carnali e spirituali che sarebbero venuti. Da qui, l’insegnamento dato per simboli e parabole: una specie di velo, ancora una volta, a coprire segreti e misteri che tuttavia non sono più tali nel momento in cui l’uomo di ogni tempo e luogo è in completa unità d’intenti col Cristo, cioè crede, cioè si muove secondo lo Spirito di Dio.

Proviamo a fare un’ipotesi di come potrebbero essere andate le cose:

Spesso accade anche a noi (quando non riusciamo ad esprimere efficacemente un concetto difficile o molto grande), di prendere in mano come esempio un oggetto di fronte agli interlocutori e paragonarlo magari ad una realtà enormemente più vasta di quanto l’oggetto nelle nostre mani davvero sia. Potrà accadere ad esempio, di voler spiegare a dei primitivi del come il mondo sia stato diviso dai cartografi in meridiani e paralleli e, avendo in mano una mela, di usarla come simbolo appropriato per chiarire esattamente il concetto. Ora quando voi, nel fare l’esempio figurato, dite, accompagnando le parole con un gesto particolare della mano che tiene la mela: – questo è il mondo!- e poi, magari con un temperino, mostrate loro, incidendo la mela, cosa siano meridiani e paralleli, voi non intendete far credere loro che il mondo è la mela e tantomeno che la mela si è realmente transustanziata nel corpo del mondo! Voi non avrete certo mentito nell’insegnamento, ma sarete stati il più chiari possibile ed in tutta verità. Se qualcuno duro d’orecchi poi crederà bene di andare in giro a predicare che il mondo, in virtù di un arcano mistero, sia trasformato in una mela, questo dimostra solo la sua totale ottusità e niente altro. Se poi pretenderà con la scusa della fede che altri accettino totalmente questa sua menzogna quale dogma di verità, pena la scomunica, allora non esistono termini esaustivi per descrivere un individuo del genere. Lo stesso gesto, io ritengo, fece il Cristo prendendo un pane dalla tavola, benedicendolo e spezzandolo, distribuendone poi un boccone a ciascuno. Gli apostoli costituivano, di fronte al figlio di Dio, rappresentanza, primizia di tutti gli uomini, il pane era rappresentanza del Cristo, del suo sacrificio per l’uomo e dichiarando: – mangiatene tutti…- voleva esortare ogni uomo ad assumersi personalmente e deliberatamente, secondo come disposto da Dio, parte (boccone) di quel sacrificio (ovvero sorso di quel calice, sofferenza di quella croce) ciascuno in proporzione alle sue forze e possibilità, perché quel tipo di sacrificio soltanto è la porta per la vita eterna, quello soltanto ci permette di partecipare il Cristo e di non rinnegarlo per tre volte. Dunque il “fate questo in memoria di me”, si riferisce sì alla perpetuazione del Suo sacrificio e della Sua memoria nell’uomo, ma qual è, a tale fine il modo più valido e sostanziale? Quale pratica adempie veramente la pietà e la giustizia sia verso gli uomini che verso Dio e la sua Legge? Il mangiare un’ostia consacrata oppure accettare di bere realmente quel calice amaro che il Padre ci porge ogni giorno per guarirci, in primo luogo, dai nostri mali e nemici nascosti? Se aveste un amico molto amato, assassinato prematuramente a causa della Verità e della Giustizia che Egli stupendamente testimoniava e per le quali avete creduto in lui, come lo sentireste più vicino a voi? Come fareste rivivere lo spirito suo? Ricordandolo a parole, imitandone i gesti, oppure mettendo in pratica e continuando nel realizzare fedelmente quel nobile, eroico, testimoniale progetto di giustizia e verità che a Lui era in assoluto il più caro e per compiere il quale è morto? Disse infatti il Maestro: -…mio pane è fare la volontà di Colui che mi ha mandato.- Quindi, paradossalmente, l’insegnamento di Cristo è giunto fino a noi inalterato anche per mezzo di quelli che non lo hanno mai capito veramente e che sterilmente, in maniera non vitale, automatica, sacerdotale lo hanno rigidamente perpetuato e difeso nei secoli, fino al momento in cui qualcuno fosse in grado di capirlo davvero. E’ proprio un grande Mysterium….per dirla con loro. Essi si domandano ancora, nella loro assoluta mancanza di fede: -Come fare credere all’uomo, con fede, una cosa assolutamente ed evidentemente non plausibile, che però Gesù ha sicuramente proferito senza inganno?- La risposta si ritrova in tutti contorcimenti intellettivi e nei dogmi di fede che la chiesa e la teologia ufficiale hanno dovuto escogitare per far mangiare all’uomo quella che solo è la più abbietta e ripugnante delle sue personali menzogne, la quale tuttavia costituisce, per loro, l’indice generale, l’indicatore, il “termometro” avanzato di quanto l’uomo sia inerme, credulo, spiritualmente immaturo, acriticamente succube della chiesa. In altre parole, sanno per certo che finché accetta tranquillamente l’eucarestia, come gli è stata presentata, accetterà anche tutte le altre falsità, incongruenze, ipocrisie, vessazioni, dominazioni senza battere ciglio. Infatti le premesse dottrinali alla formulazione di questo cosiddetto dogma e mistero di fede sono tali da implicare necessariamente la più totale rinunzia al personale buon senso e ragione intellettiva, tali da precluderne anche un minimo impiego al fine di verificare cosa si sta davvero mangiando. Questo dogma presuppone (ed ha quindi per obiettivo), un uomo “privo di testa e di cuore” per poter essere integralmente accolto! Questa è un’indegnità assolutamente insostenibile ma radunerà infallibilmente, per nostro bene, questo tipo di uomo fuori dal Regno di Dio! Tutto il gioco è stato ampiamente subìto, finora, ma non può più essere ritenuto divertente nel momento stesso e nell’uomo in cui lo Spirito di Dio si desta.

1Corinzi 11, 26 Ogni volta infatti che mangiate di questo pane e bevete di questo calice, voi annunziate la morte del Signore finché egli venga.

Spiegazione del senso recondito di queste parole profetiche: il vostro rito, o sacerdoti, è un rito di morte del Signore (in voi stessi) fino a quando egli verrà a farvi comprendere la verità: appunto, che Lui stesso è il vero pane che vi nutre spiritualmente e materialmente e non la particola. Per coloro che non lo comprendono, appunto, Egli non è ancora venuto poiché non può risiedere in ciò che non è Verità.

1Corinzi 11, 27 Perciò chiunque in modo indegno mangia il pane o beve il calice del Signore, sarà reo del corpo e del sangue del Signore.

1Corinzi 11, 28 Ciascuno, pertanto, esamini se stesso e poi mangi di questo pane e beva di questo calice;

1Corinzi 11, 29 perché chi mangia e beve senza riconoscere il corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna.

Appunto, coloro che mangiano e bevono senza aver presente cosa significa in realtà il corpo ed il sangue di Cristo (cioè condividere il suo giogo, bere il suo stesso calice, portare la propria croce), coloro che riducono tutto al cosiddetto sacramento rituale, in verità mangiano e bevono la propria condanna. Cioè dimostrano a Dio di essere privi del suo Spirito poichè altrimenti avrebbero saputo cosa è il corpo ed il sangue di Cristo. Il fatto che i primi cristiani fossero assidui alla comunione fraterna ed alla frazione del pane come riferito negli Atti, non è fatto di rilevanza teologica poichè sebbene le intenzioni di molti fossero anche sincere essi non erano ancora giunti alla Meta e quindi alla conoscenza pura della verità. Si trattava solo di un gradino iniziale e provvisorio di quella scala lunghissima che porterà l’uomo al cielo o all’inferno. Si trattava insomma di quell’alimentazione lattea, immagine tanto cara a Paolo, che prelude però allo svezzamento del neonato ed al suo sviluppo completo, sia in bene che in male. Del resto le cene o i banchetti comuni reano già, secondo disparate tradizioni, nelle usanze dei popoli precristiani.

A sostegno della mia spiegazione debbo ancora rilevare un altro fatto da chiunque constatabile: mentre nei vangeli sinottici si parla con grande risalto dell’ultima cena e della pretesa istituzione dell’Eucaristia, in quello di Giovanni ciò è omesso. Si pronuncia invece un lungo discorso relativo all’unità dell’uomo-credente con Dio e con Cristo ed alla sua consacrazione nella verità il che conferma in pieno quanto asserito.

8 commenti

  1. Mr.Loto said,

    maggio 10, 2011 a 2:32 pm

    Molto chiara la tua spiegazione Claudio, le tue parole mettono in risalto la distinzione che esiste tra le persone che frequentano la chiesa; non tutti i cristiani ( Dio solo giudicherà ) vanno in chiesa spinti dallo stesso desiderio e naturalmente questo atteggiamento si manifesta ancor più in modo marcato nell’Eucarestia. A questo proposito mi sento di ricordare, anche un po’ in difesa di chi ancora non sa quello che fa ( finché c’è vita c’é speranza ), che nessuno su questa terra è perfetto e tutti quindi siamo colpevoli di piccole o meno piccole mancanze nei confronti di Chi ci ha creato. Quello che a mio parere è veramente importante è essere in grado di voler bene al nostro prossimo e possedere quindi la carità, quella forza irresistibile che viene dal cuore e ci spinge ad azioni di amore disinteressate verso chi ha bisogno ( e ci chiede ) un qualsiasi tipo di aiuto.
    Detto questo penso che, a prescindere dalle religioni, facciamo tutti parte ddi un’unico grande corpo e, anche parlando lingue diverse, siamo in grado di comprenderci benissimo quando è l’amore a parlare.
    Come dice anche la Bibbia la carità “copre” molti peccati e chi è senza carità, chiunque esso sia, non è nessuno.

    Per concludere, tornando al tuo discorso, si è vero, in molti si avvicinano all’Eucarestia senza comprenderne il vero significato e bevendo così la propria condanna; ma è anche vero che le strade del Signore sono infinite e noi non possiamo sapere come saranno domani quelle persone. Dio nella sua grande bontà lascia il tempo alle anime di pentirsi, di cambiare e di chiedere perdono, così sia.

    Un caro saluto

    • maggio 11, 2011 a 11:27 am

      Caro Mr. Loto, certo che chiunque è sempre libero di pentirsi almeno fino al momento in cui ha di fronte ed è in grado di comprendere le Verità tutta intera; concordo in pieno in quanto è vero che il peccato gioca ancora in questo mondo solo perché la Verità, pure essendo venuta al mondo in Cristo non è ancora visibile “faccia a faccia” e non è quasi nemmeno riconosciuta da molti. Questo lascia per così dire spazio ulteriore al perdono, alla giustificazione, al pentimento. Perciò anc’io credo che con l’espressione “mangia e beve la propria condanna” si voglia solo indicare e non condannare; in altre parole si tratta di un insegnamento e non ancora di un giudizio come proprio la chiesa ha invece stoltamente ritenuto ed insegnato.

  2. ali said,

    aprile 26, 2011 a 9:47 am

    ciao grazie

  3. remigio said,

    aprile 15, 2011 a 8:26 pm

    Io non sono preparato culturalmente ad esprimere un’ opinione basata su filosofia, teologia,
    storia della religione, opinioni espresse nel concilo di Trento del 1545 e dei contrasti che si crearono con Lutero e Calvino sul tema della transustanziazione.
    Vorrei solo dire che vi sono sacerdoti più ispirati di altri nel corso della celebrazione eucaristica ma ciò non rende nè più nè meno vera la transustanziazione, la rende solo più suggestiva e tranquillizzante per quelli che non hanno dubbi o le persone superficiali. Ma se il sacerdote ed i fedeli davvero fossero certi e soprattutto consapevoli che quell’ ostia e quel vino davvero sono corpo e sangue dii Gesù, nel momento in cui la guardano e la assumono stramazzerebbero al suolo stecchiti. Scusatemi se sono stato banale.

  4. concetta said,

    settembre 26, 2010 a 3:18 pm

    SONO CATTOLICA,MA CREDO CHE OGGI SI DEBBA LIBERARE IL CATTOLICESIMO DAL PAGANESIMO PER RISCOPRIRE IL VERO CRISTIANESIMO.TROPPI DOGMI ,TROPPE DOTTRINE COSTRUITE DA UOMINI E CHE HANNO SOLO MANIPOLATO LA MENTE PER SECOLI. E’ TEMPO DI RIFORMA, DI UNA VERA RINASCISTA SPIRITUALE AFFINCHE’ COLORO CHE VIVONO NELL’OSCURITA’ POSSANO VEDERE LA VERA LUCE, QUELLA DEL CRISTO, CHE CHIAMA TUTTI A CONOSCERE QUELLA VERITA’ CHE LIBERA LA MENTE DELL’UOMO DA OGNI CONDIZIONAMENTO E MONIPOLAZIONE. IL REGNO DI DIO E’ IN NOI, MANIFESTIMOLO SENZA PAURA!!!!. CRISTO NON EBBE TIMORE DI SCONTRARSI CON LA MENTALITA’ DEL SUO TEMPO E CON I DOTTORI DELLA LEGGE. PRENDIAMO ESEMPIO DA LUI E CON CORAGGIO ANDIAMO AVANTI AFFINCHE’ LA VERITA’ DI CRISTO SIA LUCE E SPERANZA NON SOLO PER NOI, MA PER LA GENERAZIONE FUTURA.

  5. claudiodellavalle said,

    maggio 20, 2010 a 5:21 am

    Ciao, ho ricevuto il tuo messaggio chiarissimo. Puoi fare tutto quello che vuoi se lo senti vero nel cuore ottemperando al Principio della Carità cioè dell’Amore. Per la mia esperienza, ti posso solo dire che ovunque c’è comunità c’è quasi sempre uno zoccolo duro di persone mai discosto dalla politica (e dal paganesimo) nascosto al suo interno, che magari non si vede subito, ma c’è e si opporrà a quello che tu vuoi fare in ogni modo, dato che vai a ledere, anche indirettamente i suoi interessi quando affermi la verità. Io mi ritengo cristiano e basta; non appartengo a nessun gruppo o chiesa e non le frequento, tuttavia essere in un buon gruppo di persone può essere una degna e fruttuosa esperienza, almeno fino ad un certo punto ed a patto dal rifuggire anche il concetto idolatrico di comunità. Anch’io sono stato cattolico fino ad un certo punto della mia vita, quando ho visto i limiti ed i torti di quella comunità che un tempo amavo sinceramente, ma poi, a posteriori, ho dovuto e potuto giudicare avendone riscontrati i limiti e le ipocrisie. Il vero tempio di Dio è l’uomo, non la comunità che dovrebbe essere solo conseguenza e non causa di questo. Comunque apprezzo gli evangelici e quel che dicono. Leggi il mio libro o gli articoli di questo blog che riguardano la chiesa per comprendere meglio il mio punto di vista sul problema, che è comunque una scelta libera e personale che così non mi preclude di parlare con nessuno.
    Ti scrivo da un pc che non è il mio e ti vorrei pregare di attendere una ventina di giorni per altre domande perché devo attenderne uno nuovo dato che il vecchio si è fuso. tra un mese spero di poterti dedicare un po’ più di attenzione.
    Un caro saluto
    claudio

  6. alerina said,

    maggio 19, 2010 a 9:57 pm

    Ciao. Ho parecchie domande. Tu sei cristiano evangelico? Da quello che scrivi mi sembra di sì. E ciò che dici lo condivido a pieno e lo rispetto. Io sono nata cattolica. Nel senso che fin da piccola ho frequentato la chiesa del paese e ho conosciuto Cristo e i Vangeli attraverso il catechismo che il nostro don aiutato dai catechisti mi hanno insegnato.degnamente. Ho buoni ricordi di tutte queste persone. Sono stata fortunata probabilmente. Ora dopo essermi sposata sono andata ad abitare in una città lontana dal mio luogo d’origine. Frequento una chiesa cattolica dove c’è un parroco che lavora per il prossimo con convinzione. Richiama le persone a dedicare tempo a Dio, a essere buoni esempi cristiani per i figli a impegnarsi nei propri doveri famigliari, sociali. E’ una brava persona. Io non condivido però la recita del rosario per esempio e il parroco stesso mi ha confessato che richiama spesso certe persone “superstiziose” a rivolgere le preghiere a Dio e non a tutti i santi nelle cappelle con candeline, ex voto e chi più ne ha più ne metta.
    Io seguo la messa in memoria di Gesù. Conosco i dogmi della chiesa cattolica ma dentro il cuore ritengo che siano retaggi dell’antico percorso intrecciato di fede e potere del cattolicesimo. Nella messa mi concentro sulla parola di Dio. Le parole del prete le ascolto e quando non sono d’accordo magari gliene parlo e discuto con lui. Accade raramente però perchè è un tipo equilibrato. Nella parrocchia ho conosciuto persone simpatiche.
    Insomma il dubbio è: si può essere cattolici e cercare di riportare i propri fratelli sulla via giusta cioè sgomberandola dalle apparizioni e dal magico che ancora permea questa fede? Posso rimanere cattolica e insegnare ai miei figli che devono rivolgersi a Dio nelle loro preghiere senza perdersi tra i grani del rosario? Posso frequentare la parrocchia cattolica e parlare con i miei amici evangelici con la naturalezza e lo spirito di ricerca che sento dentro senza temere il giudizio altrui? C’è spazio in entrambe le comunità per qualcuno come me che ha le proprie idee ma ha anche dei legami di affetto e si sente comunità con persone perbene che lavorano da entrambi i fronti cristiani per il bene comune?
    Non so se sono stata chiara. Sarò felice di leggere un tuo parere.
    Valeria

  7. matteo said,

    gennaio 16, 2010 a 4:28 pm

    grazie per l’articolo parecchio interessante


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