Sul dialogo interreligioso


Ricercare le basi del dialogo interreligioso – il punto di vista di un cristiano

Necessità assoluta delle diversità fra religioni

La diversità scaturisce da un fatto naturale, da uno status quo della natura umana materiale: occhi diversi in persone diverse possono vedere in modo diverso una stessa Verità immutabile.Da Babele in poi, possiamo credere che la diversità delle lingue, e la dispersione operata dal Signore, abbia prodotto anche diversità di uomini e conseguentemente di religioni ovvero di modi di percepire, intendere il Divino.

Ma Dio è rimasto un bisogno fondamentale ed assoluto dell’uomo! Lo stesso identico Dio è padre di uomini di diversa religione.

Il pericolo più grande da evitare ora (ma personalmente non credo sia al momento possibile, se non a livello di silenziosa comprensione individuale), è che il dialogo interreligioso possa configurarsi come una restaurazione di Babele camuffata ed in tal senso sono certamente grandi e molteplici le forze, gli interessi che operano all’interno delle religioni stesse e delle comunità nessuna esclusa.

Nessuno, quindi, dovrebbe affermare che la propria è la miglior religione per gli altri, se non col puro, mite e disinteressato intento d’indicare a tutti dove stia di casa il Meglio e quale sia la via per arrivarci. Non importa se il Meglio è quello che io posso vedere coi miei limiti e non quello che è in se stesso. La personale sincerità di intento è la sola garanzia al fatto che non verrà fatto del male a nessuno con una testimonianza disinteressata.

In tal senso, semplicemente, si potrebbero vedere le vie di un possibile, rispettoso dialogo fra religioni diverse. Ci potrebbero essere, a volte, ostacoli temporaneamente insormontabili in questo ed alcuni potrebbero essere stati messi da Dio stesso per fini che solo Lui conosce. Non dobbiamo nemmeno ignorare questo fatto.

Motivazioni alla ricerca di un dialogo

Questo dovrebbe risponde ad un’esigenza di voler vedere oltre il proprio limite ovvero risponde al desiderio di conseguire una conoscenza di Dio più pura, più diretta, più rispondente ad un criterio di responsabilità reciproca: umana e divina. La ricerca del dialogo è presentata poi come una sorta di antidoto di pace verso tutte le brutture storiche che proprio molte religioni per prime hanno saputo perpetrare e ancora compiono  per mano di loro più o meno indegni figli. Indegni, forse, ma sempre figli cioè frutti rivelatori del loro proprio albero presente in mezzo agli uomini ed alle comunità (quello della cattiva religione). Che la storia possa essere d’esempio per tutti!

Cosa può essere di base comune per un dialogo

Il dialogo condotto motivandosi all’unicità di Dio, dovrebbe innanzitutto essere preventivamente perfezionato nel cuore dell’uomo, dell’individuo che troppo spesso, all’evidenza, parrebbe non conoscere ancora questo aspetto divino nemmeno nell’ambito della sua stessa religione. Esperienza insegna che molti, troppi, hanno in cuore una visione di Dio non univoca: diversa di volta in volta quando pregano da quando pensano, ad es., ai loro affari, confrontandosi le loro esigenze con quelle del loro prossimo. In queste condizioni è difficile immaginare lo svilupparsi di un efficace, giusto dialogo basato sull’unicità di Dio perché i soggetti non sarebbero pronti in loro stessi.

Il riconoscimento della presenza dello stesso identico nostro Dio nell’altro, nel prossimo, sebbene di diversa o conflittuale appartenenza religiosa è fondamentale a tutto questo discorso che – concordo -è fattibile ed auspicabile.

Ho avuto modo più volte di parlare di temi religiosi e senza difficoltà con ottime persone di professioni religiose diverse dalla mia: Musulmani, Testimoni di Geova, Ebrei, Atei ed ho riscontrato che l’unico fattore di promozione che permetterebbe di portare avanti un dialogo fra culture e credenze così differenti è la BUONA VOLONTA’. Buona volontà delle persone, da coltivare, conoscere e da riconoscere nel proprio e nell’altrui cuore, buona volontà da supporre esistente nell’altro ancor prima di averne avuto prova tangibile (saper e voler dare credito agli altri), buona volontà che ciascuno deve sforzarsi di accrescere, proteggere e purificare continuamente soprattutto in se stesso; buona volontà posta al di sopra degli interessi temporali e contingenti, sopra i problemi che certo non mancano, desiderio di conoscere la Verità sopra ogni altra cosa! 

Gli angeli della grotta di Betlemme annunciavano (almeno così ci insegnavano a catechismo), … pace in terra agli uomini di buona volontà (La Bibbia riporta, al posto di uomini di buona volontà, agli uomini che Dio ama o che gradisce), ma il valore del discorso non cambia.

La buona volontà è la volontà, il desiderio di far vivere l’altro sebbene diverso da me. La buona volontà è emanazione dello stesso Spirito di Dio e di Vita cioè è lo Spirito di Carità dimorante ed attivo nell’uomo. La buona volontà dovrebbe perciò permeare sempre ogni vera religione prima di tutto ed è solo attraverso una cosa di livello superiore che si possono unire nel Bene altre cose e posizioni così diverse fra loro. Bisogna sì ricercare gli elementi comuni a tutte, ma non commettendo l’errore madornale di ricercarli o volerli per forza relegare sullo stesso piano che causa quelle diversità stesse, proprio per i suoi limiti naturali. Il fattore comune di unione deve essere necessariamente di grado superiore alle parti che vorrebbe conciliare. Questo fattore è solo la conoscenza autentica dello Spirito di Dio! Conoscenza che buoni maestri possono trasmettere, comunicare ed insegnare ad altri e che falsi maestri faranno invece decadere inevitabilmente fino al fondo del grande mistero dell’iniquità!

La parabola del buon samaritano è indubbia traccia, perfetto esempio valido per tutti di quali debbano essere le basi per un efficace dialogo interreligioso di avvicinamento che è e dev’essere soprattutto un discorso interumano prima ancora che istituzionale, se serve, anche svincolato dalle forme e norme di adorazione e da tutto ciò che l’uomo, per cercare di definire Dio a se stesso con una forma o un nome che fosse pronunciabile, ha finito inevitabilmente per limitare e per distorcere, per offuscare ai suoi ed altrui occhi.

Questo è l’inganno che occorre “smontare” nel cuore dell’umanità tutta: proprio l’unicità di Dio, principio indiscusso delle grandi religioni monoteistiche, dovrebbe testimoniare che tutte quante hanno limiti, dovrebbe rendere palese che esse sono strumenti per giungere infine ad una adorazione reale e sostanziale di Dio che non ha forma ma autenticità di Spirito. Questo dovrebbe indurre tutti quanti quelli che amano predicare col ditino teso ad una maggiore umiltà. Vedere nel bisogno e nella miseria dell’altro il bisogno e la miseria di Dio, questo è unificare veramente gli uomini. C’è questa disposizione interiore fra le parti? Chi la possiede davvero sta in ogni caso già realizzando il dialogo ed anche qualcosa di più, non importa se ciò non può ancora apparire agli occhi del mondo o essere largamente visto da tutti.

Da non dimenticare poi quella strana ma falsa concezione od usanza per la quale, nelle religioni, vengono per così dire fossilizzate le tradizioni nella convinzione del tutto umana che fare questo rappresenti in qualche modo un mantenersi fedeli alle origini e quindi a Dio, un modo di conservare il proprio tesoro di fede, la qual cosa finisce generalmente per imporre anche a Dio quello che è invece solo un limite comprensivo o comunicativo dell’uomo. Ammetto che sia un equilibrio difficile da conseguire giustamente, quello tra questo ragionamento e il suo contrapposto, ma occorre, a mio avviso, saper distinguere bene se l’innovazione proposta, eventualmente acquisibile con il dialogo o necessaria per esso, costituisca davvero un rinnegamento di Sacri Principi trasmessi dalla tradizione oppure se possa invece arricchirla o completarla, vivificarla pienamente nel cuore umano. In questo senso potrebbero aprirsi efficaci canali di comunicazione fra religioni diverse: nella scoperta dello Spirito comune che necessariamente le permea, le mantiene e che le ha a loro tempo originate.

Occorre quindi un uomo che funziona bene e che sa per poter realizzare questo dialogo ed occorre anche che qualcuno leghi tutte quelle forze che vogliono impedirlo o che ne vogliono snaturare l’essenza. Anche in questo, credo, possiamo solo prepararci, capire, pregare, ma abbiamo bisogno indispensabile dell’aiuto di Dio.

2 commenti

  1. luglio 13, 2007 a 7:02 am

    Caro Giacomo, riflettendo sul tuo intervento, mi è venuta in mente una considerazione:
    Chi altri ha il potere di intervenire e decidere di portare avanti il dialogo se non gli uomini stessi? E chi ha più potere sugli uomini se non la loro coscienza rettamente illuminata? Perciò dobbiamo scrivere e parlare affinchè tutti possano comprendere quale enorme potere possiede la coscienza e la volontà del singolo una volta che sia conformata allo Spirito dell’unica Verità!

  2. giacomokorn said,

    giugno 8, 2007 a 11:41 am

    Sono totalmente d’accordo sull’intera impostazione e sullo spirito, veramente “ecumenico”, che accompagna tutto questo pensiero.
    Ritornerò sull’argomento che mi interessa quasi “al di sopra di ogni altra aspettativa”.
    Il “progetto” racchiuso nel pensiero di Claudio Della Valle presuppone innnzitutto, come egli stesso ben esprime, la “volontà” di percorrere questa (certamente ardua) strada. Non è IMPOSSIBILE!
    Mi chiedo: non sarebbe auspicabile costituire un “gruppo” di lavoro (scambio di idee) non istituzionale che potesse fare “pressione” nei confronti di chi può decidere nel senso di portare avanti il “dialogo”?
    Sono totalmente digiuno (e me ne dispiaccio) delle possibilità offetre da internet in tal senso.
    Non posso fare che i miei complimenti all’Autore
    Giacomo Korn


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